Coppa Italia, serve una rivoluzione: prendiamo d’esempio la Fa Cup!

LaPresse/Daniele Badolato

La Coppa Italia è una competizione che sta vedendo diminuire sempre di più l’appeal: serve una rivoluzione, il format della Fa Cup migliorerebbe le cose

Come ormai accade da un po’ di anni a questa parte, il dibattito sulla formula della Coppa Italia, in questo periodo della stagione calcistica, diventa d’attualità. Per molti occorre rivoluzionare il format e magari prendere d’esempio il modello inglese della Fa Cup. Dal punto di vista economico, però, l’attuale formula funziona eccome.

Come riportato in un editoriale di Marco Iaria sulla Gazzetta dello sport “Da quando è stata introdotta l’eliminazione diretta, con le partite secche fino alle semifinali e la finale ­evento stile Champions, l’interesse delle squadre è aumentato e di conseguenza quello degli investitori“.

Il dato incontestabile: “in un decennio i diritti tv sono passati da 5 a 50 milioni, la finale dell’anno scorso ha registrato l’audience più alta del 2016 in chiaro (8,4 milioni) e il secondo incasso della storia del calcio italiano per club (3,9 milioni di euro, dietro l’ultimo Inter-­Juve)“.

I risultati economici parlano a favore del torneo, almeno per quanto riguarda i diritti televisivi, perchè il discorso cambia se prendiamo il dato dei tifosi allo stadio. Questo è dipeso dal format del torneo, che appare totalmente inadeguato.

Basti pensare al fatto che le prime 8 del campionato di Serie A precedente entrano in gioco solo agli ottavi, evento che è stato confermato sino al 2018. Già questo ha del paradossale: perché il piazzamento in una competizione si ripercuote in un’altra? Per non parlare dell’assurda regola per cui si gioca sempre in casa della più forte, il cui stadio è Coppa-Italia21desolatamente vuoto: pensate se Napoli-Spezia si fosse giocata in Liguria, spettacolo sugli spalti anzichè un San Paolo spoglio.

Allo stato attuale delle cose, questa è una competizione che favorisce nettamente le grandi, che possono contare sul fattore campo contro le piccole che si trovano per forza di cose ad affrontare e spesso mandano in campo le riserve fino alla semifinale. Inoltre, anche le stesse piccole e le squadre provenienti dalla Serie B, sapendo di giocare quasi il ruolo di vittima sacrificale, non giocano con il giusto mordente. Ed è anche comprensibile, dal loro punto di vista.

Perché non cambiare completamente il format? Perché non ispirarsi al modello della FA Cup, che in Inghilterra è considerata allo stesso livello del campionato?

Innanzitutto, la prima innovazione deve consistere nell’ampliamento del numero di partecipanti, coinvolgendo anche le squadre di Serie D, di Promozione e di Eccellenza, proprio come accade nella Fa Cup dove partecipano in totale 736 squadre, che saranno senz’altro motivate ad andare avanti per affrontare squadre di maggiore blasone. E’ assurdo e vergognoso che la più debole giochi necessariamente in trasferta. Meglio sorteggiare la squadra ospitante o addirittura giocare nello stadio (che sarebbe stracolmo certamente) delle cosiddette piccole: l’esatto opposto di adesso. E sarebbe opportuno anche sostituire la gara secca con l’eventuale replay.

Con un sistema più “imprevedibile”, già ai 16esimi potremmo vedere affrontarsi due big della Serie A, contemporaneamente a due sorprese provenienti dalle categorie inferiori e a un “Davide contro Golia”. Negli scorsi anni in FA Cup è successo proprio questo: oltre ad essere arrivato in finale il piccolo Hull City, due sfide degli ottavi sono state Chelsea-Manchester City e Nottingham Forest-Sheffield United. Adesso pensate, ad esempio, un turno in cui si giocano Juve-Lazio, Inter-Reggina e Paganese-Giana Erminio. Non è molto più affascinante di adesso, in cui le piccole si “scannano” fino agli ottavi, per poi doversi piegare alle big, in casa loro?

  11:10 11.01.17
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