Zeman si racconta a 360°: “Non è stato un grande anno di calcio in Italia. Non ho finito di divertire”

Intervista esclusiva de "La Gazzetta dello Sport" a Zdenek Zeman. Il boemo parla della stagione di Serie A, di Nazionale e del suo futuro

Zeman intervista Gazzetta
LaPresse/Fabio Urbini

Intervista esclusiva de “La Gazzetta dello Sport” a Zdenek Zeman. Il boemo parla di Serie A, di Nazionale e del suo futuro. Nel dettaglio, Zeman dà un suo giudizio sulla stagione che giunge al termine: “Brutta, perché in 50 anni sono stato fermo poche volte. In più non è stato un anno di grande calcio in Italia”. Sulla lotta scudetto, finita presto con la Juventus che ha fatto terra bruciata, Zeman aggiunge: “Sono otto anni che finisce prima di cominciare”.

Sul rendimento di Cristiano Ronaldo, alla prima stagione con la maglia bianconera, aggiunge: “Un po’ peggio di Quagliarella. È un campione. Ma il salto di qualità della Juve non c’è stato. Senza Ronaldo aveva raggiunto due finali di Champions”. Zeman si aspettava di più da alcune squadre: Il Napoli di Ancelotti, ma aprire un nuovo ciclo non è facile. L’Inter si ritrova a lottare fino all’ultimo come l’anno scorso. Ha costruito poco. Mi aspettavo un calcio migliore. Alla Roma troppe cose non hanno funzionato. A partire dalla campagna acquisti, non mirata. Mi è dispiaciuto per Di Francesco ottimo ragazzo e tecnico. Se prendi uno come lui poi devi seguire le sue indicazioni. Ma oggi i tecnici contano poco”.

Zeman dice la sua anche sull’addio di De Rossi: “Capisco la delusione dei tifosi, ma cerco di capire anche il club. Un giocatore che ha dato 18 anni alla Roma meriterebbe di decidere lui quando smettere. Ma il calcio di oggi non lo permette. Mi spiace che De Rossi abbia fatto con me la peggior stagione della sua carriera: non so ancora se per colpa mia o sua”. Zeman, però, salva qualcosa del calcio italiano: “L’Atalanta, che gioca il calcio più europeo di tutte. La Coppa Italia della Lazio, la salvezza di Spal e Bologna. Mihajlovic ha cambiato mentalità alla squadra: con lui ha giocato sempre per vincere. Tra le cose positive la Nazionale che sta cambiando mentalità”.

Si passa poi al calcio europeo, con Zeman che esalta il calcio inglese che ha portato 4 squadre nelle due finali continentali: “Le inglesi hanno mentalità offensiva, giocano per fare un gol in più. E il loro campionato è più bello e divertente. Qui è l’opposto. Si gioca per non prenderle. Gli allenatori si adattano al calcio inglese. Se vediamo una vecchia partita del Barcellona e una oggi del City giocano un calcio diverso. La grandezza di Pep, il più bravo di tutti, è adattare la sua filosofia ai tornei in cui va”. Sull’Ajax di ten Hag, Zeman aggiunge: “Continua nel tracciato del grande Ajax, dove lanciano talenti. Ha idee e la possibilità di esprimerle. Oggi pochi allenatori hanno idee. Le squadre che vogliono proporre qualcosa, alla fine vanno avanti”.

Sulle polemiche sul gioco di Allegri, Zeman si schiera: “Un allenatore deve cercare di far divertire la gente. I risultati sono la conseguenza di quello che proponi. Chi gioca bene a lungo andare vince“. Un pensiero anche sulla Superchampions: “Questo piano ammazzerebbe i campionati. È una corsa solo ai soldi ma il calcio per me è la passione della gente che può assistere alle partite. Trovo giusta la protesta dei club contrari”.

Infine uno sguardo alla vita personale di Zeman tra rimpianti e futuro: “Passione, voglia e testa sono le stesse. Le mie idee e il mio calcio ancora moderni. Sei anni fa dissi che ero avanti 20 anni: resto in vantaggio di 14. Ho commesso errori, ma chi non ha mai fatto cose di cui si è pentito? Sciocchezze però rispetto alla vita globale. Ho vissuto la mia come volevo e se ho sbagliato l’ho fatto in buona fede. C’è solo una ferita mai rimarginata, ma non per colpa mia. Nell’estate del 1968 da Praga venni a Palermo con mia sorella per passare le vacanze con mio zio ?estmír Vycpálek. Scoppiò l’insurrezione politica che portò alla Primavera di Praga. E nella notte fra il 20 e il 21 agosto ci fu l’invasione sovietica. Rimasi in Italia senza poter tornare: per venti anni non ho più rivisto la mia famiglia. Venti anni senza ricordi. Non mi mancano coppe e scudetti, mi mancano quei 20 anni. Al futuro chiedo la salute dei miei familiari e altri 20 anni per me. La carriera dipende da chi chiama ma spero ancora di ricevere l’affetto degli sportivi, il riconoscimento per quello che sono riuscito a dare e dire alla gente. Aspetto la chiamata giusta. Le tre quattro ricevute quest’anno non lo erano”.

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