Lorenzo Pellegrini si racconta, bambole rotte alla sorella per farci un pallone: la malattia, la Roma e Totti

Lorenzo Pellegrini, intervistato da Walter Veltroni per "La Gazzetta dello Sport", ha parlato dei periodi più belli e più brutti della sua vita

Lorenzo Pellegrini è tra i migliori centrocampisti del campionato. Decisivo fino a questo momento con le sue giocate e con i suoi assist nella stagione della Roma. Intervistato da Walter Veltroni per “La Gazzetta dello Sport“, il centrocampista ha spaziato tra l’infanzia e l’attualità, ricordando i momenti più felici ma anche quelli più difficili e tristi della sua vita e della sua carriera.

Gli inizi: «Mio padre ha sempre avuto una passione incredibile e me l’ha trasmessa. Il mio primo ricordo di una palla è nella nostra casa al mare. Passavo le ore, con lui, a giocare in giardino a “ passaggi e tiri in porta”. Vivevamo a Cinecittà, lui lavorava alla Banca d’Italia e mi portava al circolo della banca dove trascorrevo, d’estate, giornate intere a rincorrere un pallone. Una magnifica ossessione. Mia sorella mi odiava perché diceva che le rompevo le bambole per usare le teste come palloni».

Il rapporto con Totti: «Facevo la collezione delle figurine Panini con grande dedizione. Le prime immagini che cercavo erano quelle della Roma. Anzi, la prima in assoluto, nella mia lista dei desideri, era quella di Francesco Totti. Facevo spendere un sacco di soldi ai miei per l’acquisto delle bustine finché non la trovavo. E non ci sono riuscito sempre. Quando lo incrociavo da ragazzino, ci parlavo tantissimo, dentro di me. Ma lui non lo sapeva. Era un dialogo a senso unico».

Il provino e la prima volta a Trigoria: «Ero emozionato. Avevo la possibilità di giocare per la mia squadra del cuore. Mi ricordo quando arrivò a casa la lettera che diceva che la Roma mi avrebbe preso. Per due o tre giorni non feci altro che guardarla e riguardarla, non mi sembrava vera. Incontrai Bruno Conti, persona straordinaria, alla quale sono sempre restato legato. Da allora, fino a che non ho preso la patente, mio padre e mia madre mi hanno sempre accompagnato all’allenamento».

Altri idoli, oltre Totti: «Mi piacciono in tanti. Pogba, Modric… Quello che più mi ha fatto impazzire, per il modo che aveva di stare in campo, talento e sorriso, era Ronaldinho. Lui era il calcio come gioco assoluto».

Il periodo più difficile nella vita di Pellegrini è stato quello della malattia: «Sì, era la conseguenza infettiva di una mononucleosi che avevo contratto nello spogliatoio. Malattia asintomatica che però produsse una serie di anomalie temporanee nel funzionamento del cuore. Degli scompensi, che il mio cuore compensava accelerando i battiti. Una persona normale può avere aritmie nella misura di quattro o cinquecento. Io, lo disse l’Holter, ne avevo ventimila. Ogni piccolo sforzo mi produceva un affanno terribile. Decisero un piccolo stop: la diagnosi era di sei mesi. Ma io ero talmente entrato in sintonia col mio corpo che ogni sera mi mettevo la mano sul cuore e misuravo la frequenza dei battiti irregolari. Riconoscevo le aritmie e ne contavo la frequenza. Mettevo il cronometro sul cellulare e, con la mano sul petto, cercavo di capire se andasse meglio. Avevo fretta di guarire. Dopo quattro mesi mi accorsi che le aritmie, prima diminuite, erano sparite. Chiamai i miei genitori e facemmo un controllo. L’esito fu positivo. E fu meraviglioso».

Rimanere per sempre a Roma: «In questo momento vorrei stare qui sempre ma certamente questa deve essere anche l’intenzione della società. Io sono un ragazzo molto ambizioso, che pretende molto da se stesso e dagli altri. Per me sarebbe perfetto restare qui per sempre. Sono orgoglioso della Roma».