La leggenda di Tomàs Felipe Carlovich: più forte di Maradona, si fermò a pescare invece di andare ai Mondiali

Si rinnova l'appuntamento con la nostra rubrica "L'uomo del giorno". Protagonista di oggi è Tomàs Felipe Carlovich, ex calciatore argentino

“Fu uno di quei ragazzi di quartiere che, da quando sono nati, hanno come unico giocattolo la palla. Tra lui e la palla c’era un rapporto molto forte. La tecnica che aveva lo rendeva un giocatore completamente differente. Era impressionante vederlo accarezzare la palla, giocare, dribblare. Certamente durante la sua carriera non trovò riserve fisiche che si abbinassero a tutte le qualità tecniche che aveva. Inoltre, sfortunatamente, nemmeno ebbe qualcuno che lo guidasse o comprendesse . E’ un peccato, perché era destinato ad essere uno dei giocatori più importanti del calcio argentino. Mi ricordo che lo vidi giocare un una selezione di Rosario contro la squadra argentina e fu il miglior uomo in campo. E dire che, tra i molti rivali, c’erano mostri come Miguel Brindisi. Vederlo era una delizia. Dopo non so cosa gli successe. Forse il calcio professionale lo annoiava. A lui piaceva divertirsi e non si sentiva a suo agio con nessun compromesso”. In queste parole di César Luis Menotti c’è la perfetta descrizione di Tomàs Felipe Carlovich, detto “El Trinche”. Oggi vogliamo raccontare la storia di un talento che si perse per strada. Ma non, come pensate, per donne, alcol, vizi. No. Carlovich è unico e in quanto tale non è mai esistito. Nessuno potrà mai dire di averlo visto dribblare un’intera squadra, a Rosario, e nessuno potrà mai dire che “El Triche” sia stato più forte di Maradona.

17 aprile del 1974. La nostra storia parte da qui. La Nazionale argentina, già pronta a partire per la Germania dove si disputerà il Mondiale, affronta a Rosario una rappresentativa locale. Alla fine del primo tempo, la Selección sta perdendo per 3 a 0 contro degli sconosciuti: il commissario tecnico Vladislao Cap prega in ginocchio il suo collega di togliere dal campo quel tale Carlovich, che sta umiliando la sua Nazionale perché nessuno sa come fermare quel calciatore 25enne cresciuto nelle serie minori. Persino Diego Armando Maradona, accolto nel 1992 a Rosario come una star da un giornalista che gli disse “Benvenuto al più grande di sempre”, rispose che il migliore aveva già giocato a Rosario ed era “El Trinche”.

E allora perché non ne abbiamo mai sentito parlare, direte voi? Semplice perché Carlovich scelse un’altra strada. Due episodi bastano a raccontare il personaggio e a spiegare il tutto. Quando dal Colon de Santa Fe passò al piccolo Deportivo Maipù, club che dista 1000 km da Rosario, casa sua, dove “El Trinche” voleva tornare ogni fine settimana, si fece espellere ogni volta prima della fine del primo tempo. Motivo? Se avesse disputato il secondo avrebbe perso il treno.

Nel 1978 Menotti, nel frattempo nuovo ct dell’Argentina, memore di quella partita in cui umiliò l’Albiceleste lo chiamò e gli propose: “Vieni a Buenos Aires, facciamo quattro chiacchiere, un provino e magari fai i Mondiali con noi“. Carlovich accettò. Si dice anche che durante il tragitto trovò un fiume pieno di pesci e cominciò a pescare. E dato che i pesci abboccavano lui non proseguì il viaggio. “A chi mi domanda perché non sono arrivato chiedo: cosa significa arrivare? Io volevo solo giocare a pallone e stare con le persone che amo, e loro vivono tutte qui, a Rosario. La verità è che non avevo nessun altra ambizione se non giocare a calcio. E farlo non lontano dal mio quartiere, dalla mia vecchia casa dove vado ogni sera, per stare con Vasco Ortola uno dei miei migliori amici. Hanno inventato molte cose su di me. Alcune sono vere, altre no. Se vi ricordate qualcosa significa che uno è vivo. Che è entrato e ha giocato. Si è divertito. Questo è un gioco e deve rimanere tale”. Questo era Carlovich. Chi lo ha visto giocare dice sia stato il più forte di tutti, per tutti gli appassionati di calcio (che non hanno avuto il piacere e la fortuna) resta la sua leggenda.