Ángel Di Maria, il bambino che valeva 26 palloni. La storia del “Fideo”: miniere di carbone e cadute nel pozzo

Si rinnova il classico appuntamento con la nostra rubrica "L'uomo del giorno". Protagonista di oggi è Ángel Di Maria, argentino del Paris Saint-Germain

Deve essere andata più o meno così. “Quanto volete per quel ragazzino?” “Ma chi El Fideo? Ha solo sei anni”. “Fate un prezzo”. “No, soldi no. Facciamo che ci date 26 palloni e siamo d’accordo”. È questo il prezzo pagato dal Rosario Central per acquistare Ángel Di Maria dal piccolo club El Torito. Mai avrebbero potuto immaginare i dirigenti di quella squadretta di Rosario, che un bambino magro e timido di soli 6 anni sarebbe potuto diventare uno dei campioni di fama mondiale in grado di indossare le maglie di Benfica, Real Madrid, Manchester United e Paris Saint Germain e diventare uno dei pilastri della Nazionale argentina. Ah, a proposito. Quei 26 palloni da quelle parti li stanno ancora aspettando…

Inizia così la nostra storia. Quella del Fideo, lo spaghetto. Con quel fisico gracile fu facile attribuirgli il soprannome. Fu il medico di famiglia a consigliargli di praticare uno sport e lo indirizzò al calcio. Mai scelta fu più azzeccata. La mamma quasi ogni giorno lo accompagnava in bicicletta agli allenamenti e una volta cresciuto, mentre era nelle giovanili, aiutava il padre a distribuire legna e carbone arrivando spesso agli allenamenti con le mani sporche e con qualche piccola ferita. Tantissimi sacrifici per arrivare al successo. Nel 2005 esordì grazie ad un certo Don Angel Tulio Zof, un’istituzione a Rosario. E’ una sfida contro l’Independiente del Kun Aguero. I rossi sono avanti 2-0. In 20′ Di Maria fa ammattire la difesa del Diablo. Con uno dei primi palloni toccati salta mezza difesa e mette in mezzo per il gol che dimezza lo svantaggio. Il Rosario Central rimonterà la partita, che si chiuderà sul 2-2. Ma ciò che più conta è che quel giorno prese avvio la carriera di Ángel Fabián Di María Hernández. In Europa arriva al Benfica per 6 milioni di euro nel 2007. Nel 2008 vince la medaglia d’Oro alle Olimpiadi. 1-0 in finale alla Nigeria. Chi segna? Ovviamente Di Maria.

Nel 2010 viene acquistato dal Real Madrid a suon di milioni. E’ protagonista della Decima. Ai Mondiali del 2014 l’Argentina arriva in finale, ma perde. Lui, però, si ferma ai quarti per un infortunio. Chissà come sarebbe finita quella finale con lui in campo. Magari avrebbe segnato ai supplementari invece di Gotze e avrebbe fatto trionfare l’Albiceleste. Una sliding door. Passa al Manchester United per una cifra astronomica di 78 milioni e mezzo di euro. In Inghilterra fatica. A portarlo via da un Paese che non gli si confà è il Psg, che sborsa 63 milioni.

“Non dimenticherò mai – ha detto Di Maria – quando mi comprarono le prime scarpe da calcio. E’ un ricordo che porterò sempre con me. Mi regalarono un sogno, un’opportunità… perché se non avessi giocato a calcio credo che avrei continuato a lavorare in miniera. Cos’altro avrei potuto fare? Studiare? No, era un pessimo studente. Avevo un anno, poco più. Camminavo nel girello e, in giardino, caddi in un pozzo. Mia madre riuscì a salvarmi e grazie a lei oggi sono qui a parlarne ancora. Sono sempre stato molto vivace, anche troppo”.

Oggi Di Maria è un campione affermato e guadagna un mucchio di soldi. Ma le sue origini, i sacrifici suoi e dei genitori rimarranno per sempre un ricordo fervido. E anche per questo che “El Fideo” non può dimenticare Rosario e le miniere in cui lavorava il padre. Lavorava, già. Perché “quando seppe che mi voleva il Benfica – ha raccontato il calciatore a The Independent – mi disse: questi sono treni che passano solo una volta nella vita, prendilo e va per la tua strada. Guarda avanti, non voltarti. Quando ho accettato ero molto felice, non solo per me stesso ma anche per la mia famiglia. Dopo 16 anni passati a lavorare sotto terra e i tanti sacrifici fatti dissi ai miei genitori: adesso basta, a voi ci penso io“.