Coronavirus, alta tensione tra club e calciatori sugli stipendi: “Mandiamo Cristiano Ronaldo in ferie”

Il Coronavirus ha messo in ginocchio anche le società di Serie A. Nessuna entrata, è scontro con i calciatori per gli stipendi

Danni economici ingenti quelli che sta portando il Coronavirus all’Italia. E anche il calcio non ne è esente. Molto interessante, in tal senso, l’analisi del “Corriere dello Sport”. I club non hanno più entrate: nessun incasso da stadio, merchandising, diritti tv. La terza industria del Paese rischia il tracollo. I calciatori sono dipendenti e come tali, per legge, andrebbero retribuiti lo stesso. Ma i presidenti di Lega hanno iniziato a sottoporre il problema: chi investe di più chiede ovviamente garanzie e tutele, chi investe di meno rischia di annegare. A pesare particolarmente sono gli ingaggi. E non può esistere una cassa integrazione per gente che guadagna così tanto. Chi paga? I calciatori non vorrebbero rinunciare allo stipendio, ma così facendo si rischia di ritrovarsi ai minimi storici in termini di liquidità. Il Consiglio dei ministri di ieri ha deciso per la sospensione dei versamenti delle ritenute, dei contributi previdenziali e assistenziali fino al 31 maggio 2020 anche per le società professionistiche, ma la Serie A 2019/20 vanta investimenti in stipendi che toccano quota 1 miliardo e 360 milioni di euro. Cristiano Ronaldo percepisce un assegno mensile da 2,6 milioni netti, per un totale di 31 milioni annui senza contare gli sponsor e tutte le entrate personali. Se togliessimo 2 mensilità a tutti i calciatori del campionato uscirebbe fuori un bottino da circa 230 milioni (netti) senza contare la Serie B e la Serie C.

Il vice presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, Umberto Calcagno, ha predicato calma e unità: «Abbiamo bisogno di sostegno da parte del Governo. Il calcio paga 1 miliardo di tasse allo Stato. È importante che qualcosa, in un momento del genere, venga restituito per aiutare il sistema. Tutta la federazione viaggia compatta su questo fronte». Marco Tardelli, candidato alla presidenza AIC, la vede così: «Non credo sia obbligatorio chiedere ai calciatori di decurtarsi lo stipendio e non è giusto imporlo, ma rinunciare a qualcosa potrebbe essere un segnale di vicinanza per i tifosi e per i cittadini che soffrono».

Sempre il “Corriere dello Sport” ha chiesto un parere al giuslavorista Marcello De Luca Tamajo: «In caso di mancata prestazione non c’è controprestazione. Ci troviamo di fronte a un’ipotesi di impossibilità temporanea della prestazione. Ci aiuta un articolo del codice, il 1256: se l’impossibilità è temporanea, il debitore della prestazione (il calciatore) non è responsabile dell’inadempimento. Però, a sua volta, la società non è tenuta a retribuire. Il calciatore non offre la prestazione, la società non offre la controprestazione, ossia il pagamento. Ponga il caso che il Coronavirus vada avanti per un anno. Il calciatore sta a casa e il datore di lavoro paga per un anno? Non è possibile. In questa situazione è legittimo che il lavoratore non vada a lavorare, infatti non è passibile di alcun tipo di provvedimento, ma sarebbe legittimo anche che il datore di lavoro applichi una riduzione della retribuzione. Le società potrebbero obbligare gli atleti ad allenarsi, ma bisognerebbe garantire loro tutta una serie di misure come le mascherine, la bonificazione degli spogliatoi, la distanza di un metro, i controlli all’ingresso per misurare la temperatura. Impossibile nel mondo del calcio. È un gioco di contatti, come fanno gli atleti a tenere le distanze? L’unica sarebbe mettere in ferie i dipendenti. Possono farlo. Esiste un protocollo d’intesa tra Governo e sindacati del 14 marzo che prevede l’applicazione degli ammortizzatori sociali, quindi una cassa integrazione, o laddove non fossero possibili tali ammortizzatori il datore può concedere le ferie al lavoratore».

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