Il calcio italiano e la paura di ripartire: Gravina in isolamento senza sintomi, dal ministro Spadafora più mutazioni dei ceppi del Coronavirus

Il calcio italiano, così come il sistema paese tutto, ha paura di ripartire e lo nasconde con incoerenza e falsi moralismi. E c'è un uomo lasciato solo...

Gravina è in isolamento. No, per fortuna non ha contratto il Coronavirus. E’ in isolamento in senso metaforico. Anzi, neanche così tanto. E’ in isolamento in quanto è isolato. Da solo. Da solo all’interno di un sistema, il sistema calcio, che è lo specchio attuale del paese. Incertezza, incapacità e coraggio nel prendere decisioni, polemiche, continuo scarica barile, incoerenza, disomogeneità. La sua figura, quella del numero uno della FIGC, è stata l’unica a mantenersi coerente sin dall’inizio di questo trambusto. La conferma è arrivata una volta di più nell’ultimo intervento: “In questo momento ci sono due gruppi contrapposti, chi vuole giocare e chi vuole chiudere tutte le attività legate allo sport. Dal punto di vista oggettivo, nascerebbero contenziosi. Se me lo dicesse il Governo, sarebbe una responsabilità non mia. Accetterei la decisione, perché sto reggendo in maniera isolata questa battaglia da molte settimane“.

Ma soprattuttoil calcio movimenta 5 miliardi di euro: noi siamo preoccupati perché se il calcio non riparte, abbiamo un grande impatto negativo. Non ho mai preso in considerazione la possibilità di fermarci, non posso essere il becchino del calcio italiano. Ho la necessità di difendere il movimento calcistico”. Povero Gabriele (scusaci la confidenza), vaglielo a spiegare a tutti i finti moralisti che “come si fa a pensare al calcio con 400 morti al giorno?”. Come se il calcio fosse solo Cristiano Ronaldo in piscina o birra e patatine sul divano. Non è pensabile che degli organi (che dovrebbero essere) competenti minimizzino il ruolo del calcio e non lo mettano sullo stesso piano (anzi superiore) ad una qualsiasi azienda produttiva del paese. “Tanto, male che vada, se il calcio si ferma per mesi, Cristiano Ronaldo rinuncerà ai suoi 30 milioni, ma vive di rendita”. Certo, fosse così sarebbe tutto facile. Ma che senso ha stare a ripetere quanto già fatto in passato su queste pagine? Il calcio è anche tutto l’indotto che c’è dietro ai grandi milionari, a chi “tiene in piedi la baracca”, ai magazzinieri, preparatori, autisti, giardinieri. E poi c’è la Serie C, la Serie D. Anche quello è calcio, anche quello manda avanti un movimento enorme che, nel suo complesso, genera l’1% del Pil del paese. Il calcio, in questo momento, ha la stessa identica importanza di una qualsiasi azienda produttiva che ha bisogno di ripartire. E considerarlo uno sport diverso dagli altri, proprio per tutte le ragioni di cui sopra, non è assolutamente un pensiero cattivo, spietato e cinico. E’ la realtà. Sono i numeri a parlare. Quelli legati agli interessi generali sul movimento, su tutto ciò che circola tra tv, scommesse e quant’altro.

confusione calcio italianoMa siamo anche sicuri che sia questo tra i motivi principali di un uomo, tornando a Gravina, costretto a dover ascoltare una miriade di campane. Il presidente egoista, le grandi tv, il governo. La foto a corredo dell’articolo, a tal proposito, sembra abbastanza eloquente. Sono quattro organi diversi che, in un’ora, hanno espresso quattro posizioni differenti. 8 club su 20 non vogliono scendere in campo, mentre l’Associazione Calciatori è disposta a farlo, ma anche dal Consiglio di Lega l’intenzione è chiara: si vuole riprendere. E poi c’è Spadafora. Colui che “la ripresa di allenamenti e campionati non è certa”. Ma anche colui che, qualche settimana fa, affermava: “Stiamo pensando ad un piano importante per le iniziative che devono partire da maggio”. Sempre lui prima ancora: “Le ottimistiche previsioni che facevano pensare di potere riprendere a fine aprile o ai primi di maggio credo lo siano state un po’ troppo”. Ma, ancora prima, esattamente il 18 marzo: “La Serie A può riprendere il 3 maggio, è quello che speriamo: poi valuteremo se a porte aperte o chiuse”. Insomma, in un mese ben quattro (4!) le versioni differenti: giochiamo, anzi no, anzi sì, poi incertezza.

Incertezza, la parola esatta. Incertezza e paura. L’Italia ha paura di ripartire, e con essa il calcio. E’ un sistema, quello generale italiano, volto alla paura, al terrore, all’assillante e morboso ‘disco rotto’ (ma quanto mai pericoloso) “state a casa”. Un sistema che non ha fatto altro che produrre odio, repressione, rincorse frenetiche a runner isolati nelle spiagge. E che continua ancora adesso ad incutere paura: “Forse ripartiamo, ma non subito. Aspettiamo. Ci sarà una seconda ondata”. Perché non diciamo meglio: “Non sappiamo cosa fare ed inculchiamo alla gente il concetto di ‘state a casa’. E così facile”. E quindi anche il calcio si ritrova all’interno di un sistema incerto sul futuro. Un sistema che vorrebbe ripartire a settembre, come se a settembre le cose possano essere molto diverse da ora. Se, come gli esperti affermano da settimane, col virus si dovrà convivere per mesi prima del vaccino, la situazione ad agosto, settembre o novembre non sarà molto diversa da quella attuale. Dunque, ripartire ora o a settembre non comporterebbe grosse differenze.

Che si vuole fare? Si decide di non ripartire? Bene, e allora che non lo si faccia da qui fino alla sicurezza della fine della pandemia. Questa manfrina da circo ha già fatto qualche danno e di questo passo non farà altro che peggiorare la situazione. Che si prenda una decisione, che la si mantenga, che ci sia unione e che si decida in base a quello che è giusto e non in base a quello che chiede la gente su Facebook. Non c’è bisogno di falsi moralismi solo per accalappiarsi il favore di questo o quel cittadino. Ma tanto, cosa vogliamo da un paese in cui anziché prendere decisioni non si fa altro che accusarsi l’un l’altro in mondovisione (politici) o su Twitter (scienziati)…

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