Walter Casagrande, look da rockstar e vita da bomber: dalla cocaina all’alcool fino alla quasi morte

Si rinnova il classico appuntamento con la nostra rubrica "L'uomo del giorno". Protagonista di oggi è Walter Casagrande, ex attaccante di Ascoli e Torino

Look da rockstar, capelli lunghi e barba. Vita non da meno. Eppure Walter Casagrande è stato un calciatore, un centravanti fisico, tecnico, forte di testa. Gli inizi in patria con Caledense, Corinthians, San Paolo. Poi vinse la Coppa dei Campioni con il Porto, pur giocando poco. Nell’estate del 1987 arriva ad Ascoli. Un miliardo di lire spesi dall’allora presidente Costantino Rozzi. Una salvezza sofferta, una più tranquilla, poi una retrocessione. Casagrande resta anche in Serie B e si impegna a segnare almeno 20 gol. Ne fa 22 e porta l’Ascoli al quarto posto e alla promozione in Serie A. Nel 1991 passa al Torino per 5,2 miliardi. Casagrande gioca due eccellenti stagioni. Nella prima arriva un terzo posto in campionato e soprattutto una fantastica cavalcata in Coppa Uefa che porterà i granata fino alla finale, persa solo per la regola dei gol segnati in trasferta contro l’Ajax. Dopo il 2-2 di Torino, con doppietta di Casagrande, arriva il pareggio a reti inviolate di Amsterdam che consente ai lancieri di alzare il trofeo. Arriva il trionfo in Coppa Italia e nella stagione successiva un derby difficilmente dimenticabile. Il 5 aprile del 1992 una sua doppietta cancella i sogni scudetto della Juventus in quella stagione. Casagrande tornò poi in Brasile, giocando nel Flamengo prima di tornare al Corinthians. Chiuse la carriera con Paulista e Sao Francisco. Per Casagrande anche 19 presenze e 8 gol con la Nazionale brasiliana.

Il nome di Walter Junior Casagrande è legato anche al Corinthians. Nel 1982, durante il periodo della feroce dittatura di João Baptista de Oliveira Figueiredo, la squadra intraprese una strada rivoluzionaria: la famosa “Democracia Corinthiana”, che ebbe in Socrates il principale leader. Celebre un suo diverbio con il portiere Leao, non esattamente “simpatizzante” del movimento “democratico”. Al termine di una partita, l’estremo difensore se la prese con i compagni della difesa, rei di aver lasciato troppo spazio agli attaccanti avversari. L’allora diciannovenne Casagrande rispose senza paura al navigato portiere: Qui non esistono colpevoli. Qui siamo tutti responsabili in egual misura. Tu compreso”.

Caratterino non facile che lo portò al baratro. Nel 2013 è uscita la biografia dell’attaccante: “Casagrande e i suoi demoni”. Qui racconta di un altro mondo, quello parallelo al calcio e di come la sua vita sia stata terribile. Tra droga, alcool e doping la sua vicenda assume risvolti tragici: “Ho iniziato con le canne, oltre a qualche preparato di cocaina. Quando mi trasferii in Europa, giocando con Porto, Ascoli e Torino, non toccai più sostanze stupefacenti. In compenso in quel periodo ebbi a che fare con il doping, con delle iniezioni intramuscolo che avevano effetti sbalorditivi. Dopo un po’, però, mi rifiutati di continuare a sottopormici”. Casagrande non specificò in quale club accadesse tutto ciò.

Ma è nel 1997 che la vita di Walter subisce un declino terribile, in coincidenza con l’addio al calcio: “Mi sentivo vuoto e depresso, e mi sono rifugiato nella droga e nell’alcool. In una sera sarei stato capace di sniffare 3 grammi di cocaina, bere una bottiglia di tequila, iniettarmi eroina e fumare qualche canna. Ero piombato in uno stato mortale, ed ho giocato per 20 anni alla roulette russa. Volevo vivere seguendo quell’autodistruzione che avevano fatto propria i miei idoli, da Janis Joplin a Jimi Hendrix, passando per Jim Morrison”. Poi, la luce in fondo al tunnel, vista dopo un duro periodo di disintossicazione: “Ho avuto 4 overdose, in seguito alle quali ho deciso di ricoverarmi. In clinica ci sono rimasto un anno, è stato difficile, ma sono rinato”. E invece…

Nel settembre del 2007 rischiò di morire: “La mia casa era invasa. Scappai, presi la macchina, cercai un albergo, ma quando entrai in camera i demoni erano anche lì. Allora scappai di nuovo. So solo che mi addormentai al volante e mi risvegliai in ospedale. La mia macchina aveva capottato, finendo addosso ad altre cinque. E io ero vivo per miracolo“. Poi nel 2015, mentre si trovava in compagnia del figlio, venne colpito da infarto. Ricoverato all’ospedale di Alphaville, alla periferia di San Paoli, si aggrappò ancora una volta alla vita. Una vita al limite, una vita da rockstar. D’altronde con quel look…