Steven Gerrard, dalla morte del cugino alla sgridata del padre. Il pene tagliato in campo, le risse e Istanbul

Si rinnova il classico appuntamento con la nostra rubrica "L'uomo del giorno". Protagonista di oggi è Steven Gerrard, ex centrocampista del Liverpool

Steven Gerrard è una leggenda del Liverpool e del calcio inglese. Dal 1987 al 2015 con i Reds, poi la chiusura di carriera con i LA Galaxy. E con il Liverpool ha iniziato anche l’esperienza da allenatore, prima come vice nelle giovanili, poi con l’Under 18. Dal 2018 è alla guida dei Rangers Glasgow. Nel settembre 2006 venne pubblicato Gerrard: My Autobiography, scritto in collaborazione con il giornalista Henry Winter, che l’anno successivo vinse il premio di miglior libro di sport dell’anno nel Regno Unito. Il 29 dicembre 2006, per meriti sportivi, venne nominato dalla regina Elisabetta membro dell’Ordine dell’Impero Britannico. Il 29 dicembre 2008, alle 2:30 del mattino, è rimasto coinvolto in una rissa dai contorni non chiari, in un pub di Southport. Con lui sono state fermate altre cinque persone. Tra gli altri coinvolti, il locale DJ Marcus McGee, il quale ha sostenuto di essere stato colpito da Gerrard e di temere ritorsioni da parte di qualche fan sconsiderato del Liverpool per avere denunciato il capitano. Il 24 luglio è stato dichiarato “non colpevole” dalla corte inglese. In tribunale Gerrard ha ammesso di aver colpito l’uomo per tre volte e di averlo fatto per legittima difesa: il capitano dei Reds ha così evitato una condanna di sei mesi di carcere.

Nella storia del Liverpool rimarrà la finale di Champions League del 2005, ad Istanbul. Sotto di 3 reti contro il Milan all’intervallo, i Reds arrivarono al pari e poi vinsero ai rigori. Storiche le poche parole che il capitano del Liverpool pronunciò negli spogliatoi. Gerrard è sul lettino, il medico del Liverpool sta controllando la sua condizione: deve essere sostituito, non può rientrare in campo. Benitez prepara il cambio. Nessuno crede nella rimonta. Ma Gerrard non ci sta. Non si vuole arrendere. Quando i suoi compagni di squadra sono nel tunnel che unisce spogliatoi e campo, Gerrard li raggiunge: “Io vado in campo. Non abbandono una finale di Champions League. Non ho paura dell’infortunio, voglio vincerla”.

Un aneddoto sul giovane Stevie G. Un giorno stava giocando a calcio insieme ad un suo amico. Quest’ultimo indossava la maglietta dell’idolo di entrambi, Bryan Robson: “Gli ho chiesto se potessi essere io Robson per un po’. Mi sono sfilato la maglietta del Liverpool e ho messo quella di Robson. È stato bellissimo. L’ho indossata per un’ora ‘placcando’ tutti, andando in tackle, segnando gol coraggiosissimi e fingendo proprio di essere Robson. Sfortunatamente, mio padre ha guardato fuori dalla finestra ed è andato su tutte le furie. ‘Vieni immediatamente dentro!’, ha urlato. Appena varcata la soglia, mi sono preso una bella strigliata. ‘A cosa diavolo stavi pensando, eh? Giocare con una maglietta del Manchester United addosso!’ mi ha chiesto. ‘Ma papà, è la maglietta di Bryan Robson’, ho provato a spiegare. Ma a papà non interessavano assolutamente le mie scuse”.

Un brutto infortunio durante una gara di FA Cup a Bournemouth per Gerrard: Il mio pene è stato tagliato e poi ricucito in un pomeriggio poco romantico. Ho provato a chiudere un avversario, ma ho sentito un bruciore nelle parti intime. Bruciava tantissimo, avevo uno squarcio proprio nel mezzo. C’era molto sangue. Avevo bisogno di quattro punti e i ragazzi si sono dovuti dare da fare”.

Sheffield, 15 aprile 1989, semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest, strage di Hillsborough, 96 morti e tra loro moltissimi giovani, anche un bambino di 10 anni: Jon-Paul Gilhooley, cugino di Gerrard. Steven gli ha dedicato la sua autobiografia: ‘Io gioco per Jon-Paul’, dove si può leggere: “È stata dura quando ho saputo che uno dei miei cugini aveva perso la vita, vedere la reazione della sua famiglia mi ha spinto a diventare il giocatore che sono oggi”.

Un retroscena sul Gerrard allenatore è stato raccontato da Umar Sadiq, ai tempi dei Rangers: “Fu Gerrard in persona a chiamarmi e a convincermi a trasferirmi in Scozia. Ma dopo poco tempo mi è stato detto che non potevo utilizzare lo spogliatoio della prima squadra, dovevo cambiarmi con i bambini, e mi è stato anche impedito di parcheggiare l’auto nel centro sportivo. Mi sono sentito umiliato, senza ricevere spiegazioni”. I pro e i contro di un grande campione.

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