Viva i tifosi che festeggiano assembrati

Una notte di festa a Napoli per celebrare la vittoria della Coppa Italia: perché è cosa buona e giusta, alla faccia dei soloni dell’OMS

Siamo tutti napoletani. E anche un po’ reggini. Napoli e Reggio Calabria, due grandi piazze calcistiche del Sud che negli ultimi giorni hanno testimoniato il proprio calore viscerale, la propria passione latina, la propria sensibilità, la propria emozione, la propria voglia di vivere. Dopo tre mesi di sacrifici enormi, costretti a rimanere barricati nelle proprie abitazioni senza poter dar sfogo alle proprie esigenze fisiche e mentali, senza poter inseguire le loro passioni, per giunta dopo anni di delusioni calcistiche che ne avevano affranto i cuori, i tifosi del Napoli ieri e della Reggina la scorsa settimana sono scesi in piazza per festeggiare rispettivamente la vittoria di una Coppa Italia, la sesta della storia partenopea, e la promozione in serie B, la quarta della storia amaranto.

E oggi siamo tutti napoletani, e anche un po’ reggini, non per i loro successi calcistici ma per la reazione dei loro tifosi. Perchè nel clima surreale dell’Italia post-Covid 19 in cui il terrore ha alimentato psicofobie da caccia all’untore, soprattutto nelle Regioni del Sud che non hanno avuto alcuna emergenza sanitaria ma hanno visto emergere i più beceri istinti nati dalla paura, finalmente i tifosi – tramite il calcio – tornano a gioire. Talmente tanto che non riescono a contenersi e scendono in piazza, invadono le strade con le bandiere vessillo della loro passione.

Venerdì scorso i supporters della Reggina hanno gremito il Lungomare della città, definito da Gabriele D’Annunzio “il chilometro più bello d’Italia“: hanno festeggiato il ritorno in serie B dopo 6 anni di batoste nelle categorie minori. E dal giorno dopo li hanno massacrati, persino Le Iene – di solito concentrate su grandi inchieste nei confronti di pedofili, assassini e criminali senza scrupoli – hanno fatto un servizio in prima serata sulla TV nazionale. Lo stesso Sindaco reggino Falcomatà li ha accusati di aver “tradito la fiducia riposta“. Il Questore ha minacciato DASPO per tutti e ha inflitto le prime multe di 400 euro ai primi tifosi individuati con l’utilizzo delle immagini di videosorveglianza del Lungomare.

A Napoli per fortuna il Sindaco De Magistris è stato più leggero, “Ieri sera ha vinto il contagio della felicità” ha detto stamattina in TV prendendo le difese dei napoletani, nella Regione delle bestialità del Governatore del lanciafiamme, quello dello squadrismo delle mascherine. Perchè quella felicità, quella gioia, non è soltanto il risultato di una partita di pallone. E’ l’amore grande di una comunità nei confronti di se stessa e della propria identità, è la voglia di tornare a vivere sfidando la paura, è l’espressione della felicità più sana e genuina. E’ lo spirito di sopravvivenza di chi ha enorme rispetto per chi è morto e ha sofferto a causa di una pandemia, ma ha anche la consapevolezza che chi è sopravvissuto non può certo lasciarsi morire abbandonandosi all’ansia e alla depressione. Che la vita va avanti. Deve andare avanti. Deve ripartire, con tutte le proprie emozioni.

Ecco perchè siamo tanto reggini quanto napoletani. Perchè siamo tifosi, del calcio e della vita. Perchè non vedevamo l’ora di tornare a vedere il cuore del nostro Paese pulsare di passione, perchè non vedevamo l’ora che il calcio tornasse in campo non certo per il mero risultato finale delle graduatorie, quanto per quella girandola di emozioni, di gioie e dolori che sa trasmettere e che è l’essenza di ogni sport.

Non vergognatevi, quindi, se siete usciti a festeggiare. Dopo il calcio, vi siete ripresi anche la gioia della vita. E la vostra libertà, che nessuno potrà mai cancellare, neanche in nome di una pandemia. Per queste ragioni siamo tutti in piazza lì con voi e ci auguriamo che le assurde limitazioni, incomprensibili alla luce dell’attuale situazione epidemiologica, vengano meno  riportando al più presto anche il pubblico sugli spalti degli stadi. Di coreografie virtuali ce n’è bastata una per non volerne vedere mai più.