Gianni Rivera, il campione che rischiò di non nascere: dalla morte della sorella ad Abatantuono e Padre Pio

Si rinnova il classico appuntamento con la nostra rubrica "L'uomo del giorno". Protagonista di oggi è Gianni Rivera, storico capitano del Milan

Gianni Rivera compie 77 anni. Con il Milan quasi 20 anni, 500 presenze e 122 reti, che ne fanno tutt’ora il centrocampista più prolifico nella storia della Serie A. Dopo esservi cresciuto nelle giovanili, esordisce coi ‘grandi’ nell’Alessandria, con cui gioca due stagioni (dal ’58 al ’60 ventisei presenze e sei reti). Nel ’60, come detto, l’approdo al Milan, che non lascerà più. 19 anni, fino al 1979, di cui 12 da capitano. Vince tre scudetti, due Coppe dei Campioni (le prime due della storia del Milan, nel ’63 e nel ’69) e una Coppa Intercontinentale. Nel ’69 è anche Pallone d’Oro, è il primo italiano nella storia a conseguire questo trofeo. Con la Nazionale italiana è campione d’Europa nel ’68 e vice campione del Mondo nel ’70, entrando di diritto tra i protagonisti della ‘partita del secolo’ (Italia-Germania 4-3, semifinale del Mondiale in Messico).

Dal 1987 è attivo in campo politico e ha ricoperto vari incarichi parlamentari e governativi. Qualche controversia lo ha visto protagonista. Così come Antonio Cabrini e Antonio Di Natale, non ha condiviso un appello al coming out dei calciatori gay lanciato nel 2012 dal commissario tecnico dell’Italia Cesare Prandelli, affermando al settimanale ‘Chi’: “Ognuno si organizza la vita come vuole, ma non sapevo neanche che nel mondo del calcio ci fossero dei gay, è una novità assoluta per me. Se c’erano giocatori gay ai miei tempi e non lo dicevano, potrebbero fare la stessa cosa adesso. Non capisco a cosa possa servire dirlo in giro, mica gli eterosessuali lo vanno a dire in pubblico”.

Nel novembre 2012, intervenendo al convegno ‘Il calcio tra regole, lealtà sportiva ed interessi’, l’ex capitano del Napoli Antonio Juliano dichiarò che, prima di Napoli-Milan del campionato 1977-1978, ultima giornata, si accordò con Rivera affinché la partita terminasse in parità, risultato che avrebbe garantito ad entrambe le squadre la qualificazione alla Coppa UEFA; la gara terminò 1-1. Rivera dichiarò successivamente di non ricordare l’episodio specifico.

In un’intervista al ‘Corriere della Sera‘ ha rivelato che il figlio Giovanni ha rischiato di morire: “Ha avuto la stessa malattia di mia sorella Maria Luisa, morta a nove mesi, prima che io nascessi: il morbo blu. Un difetto cardiaco incurabile nel 1942, che oggi si risolve con un piccolo intervento. Solo allora mia madre mi disse che Maria Luisa era nata lo stesso giorno e lo stesso mese di Giovanni: 22 gennaio. Ho sentito che era un po’ come se lei fosse tornata a vivere in lui”.

Per la morte della sorella, Rivera ha rischiato di non nascere, come racconta nella sua autobiografia: “Dopo qualche tempo dal loro matrimonio Teresio e Edera, papà e mamma, diedero alla luce una bambina: Maria Luisa. Nacque il 22 gennaio 1942, era bellissima, mi confidarono, ma doveva morire! Non c’erano rimedi contro il ‘Morbo Blu’, così era chiamata l’imperfezione al cuore che l’aveva colpita. Una malattia rara: ‘Un caso su un milione’, dissero i medici dell’epoca. Oggi si sarebbe potuta salvare! Allora non era così e la diagnosi non lasciava scampo. Tuttavia Maria Luisa cresceva, diventava sempre più bella e superava le crisi, fino a far pensare a un errore dei medici. Mamma e papà, però, sapevano che non c’erano possibilità anche se visse più di quanto non si aspettassero. Teresio lavorava in ferrovia, come operaio al deposito dei treni, e ogni volta tornava a casa col cuore in gola temendo di trovarla morta. E così fu un drammatico giorno! A nove mesi, dopo aver superato diverse crisi, la piccola Maria Luisa non riuscì a farcela e lasciò la nostra terra senza poterne scoprire la bellezza e la malvagità. Il dolore fu così grande che i miei pensarono di chiudere la fabbrica dei bambini. Un medico, però, li rassicurò: ‘Dove si chiude una porta si può aprire un portone’. L’anno dopo, il 18 agosto 1943 nascevo io, Gianni o meglio Giovanni. Mia madre pretendeva di chiamarmi Gianni ma a mio padre dissero che non era possibile perché non esisteva nessun santo con quel nome. Per lui mettere Giovanni, come gli fu suggerito, non era un problema, tanto più che quello era il nome dei nonni. E così fui Giovanni. Mia madre si arrabbiò e decise che mi avrebbe comunque chiamato Gianni e io scoprii il mio vero nome di battesimo solo il giorno in cui feci il mio primo documento“.

Rivera ha ricordato la finale di Coppa Intercontinentale del 1969 contro l’Estudiantes: “Abbiamo rischiato la vita. Bisognava fare attenzione con il pallone lontano, non si sapeva cosa avveniva. All’ingresso in campo ci fischiavano e ci sputavano addosso anche se portavamo la bandiera argentina. In mezzo al campo abbiamo salutato il pubblico che comunque ci fischiava e quando l’Estudiantes è entrato, i giocatori avevano un pallone a testa e ce li hanno tirati addosso”.

Curioso e divertente aneddoto raccontato spesso da Diego Abatantuono: “Sono milanista da quando raccolsi da terra il portafoglio di mio nonno. Dentro c’erano le foto di Gianni Rivera e Padre Pio. Il nonno mi disse: ‘Uno è un uomo che fa i miracoli, l’altro un popolare frate pugliese'”.