La parola d’ordine del nuovo calciomercato è flessibilità. Tra accordi biennali, formule 1+1 e rinnovi annuali a oltranza, il rapporto tra club e giocatori oggi si basa sulla Short-term strategy, strategia di mercato basata su prestiti, parametro zero, accordi e marquee signings dove a essere importante è l’istante. Che sia un modo per rispondere all’incertezza economica o di far fronte alle necessità tecniche, i contratti brevi non si limitano al mondo del calcio ma sono diventati parte integrante di un più generale mondo del lavoro dove la stabilità è ormai solo una chimera.
Come funziona la Short-term strategy nel calciomercato
La Short-term strategy permette ai club di agire sul mercato con scelte tattiche per ottenere risultati immediati, gestire le emergenze e rispettare all’occorrenza i vincoli finanziari (come il Fair Play Finanziario introdotto dalla UEFA nel 2010) senza, d’altro canto, impegnarsi in investimenti pluriennali che, sul lungo termine, potrebbe non portare ai risultati sperati. Ecco alcune delle principali strategie a breve termine delle ultime stagioni:
- Lo sfruttamento dei prestiti resta uno degli strumenti principali per tappare i buchi in rosa a basso costo. Si parla di Dry Loans quando il prestito viene utilizzato per coprire infortuni o emergenze per brevi periodi, dai 6 ai 12 mesi; si parla, invece, di Loans with Option/Obligation (“try before you buy”) quando un giocatore viene testato prima dell’acquisto o il club decide di posticipare all’esercizio successivo l’impatto dell’acquisto sul bilancio. In altri casi, invece, i club decidono di prestare i propri giovani talenti a squadre di media fascia per aumentarne il tempo in campo e il valore di mercato.
- Una delle principali tattiche a breve termine del calciomercato è l’acquisto a parametro zero, ovvero l’ingaggio di un calciatore il cui contratto con la squadra precedente è scaduto o in scadenza. Il parametro zero, introdotto dopo la Sentenza Bosman del 1995, permette al club di risparmiare il “prezzo del cartellino”, ovvero il trasferimento dovuto al club di provenienza, ma spesso comporta ingaggi elevati, commissioni considerevoli ai procuratori e bonus alla firma.
- Molto spesso i club appartenenti agli stessi gruppi (come il City Football Group o il gruppo Red Bull) creano delle cosiddette sinergie multi-club (MCO) sfruttando i trasferimenti interni per spostare i giocatori tra club “satelliti” e club “principali”, secondo necessità. Sebbene regolamentati per riflettere il valore di mercato, questi trasferimenti avvengono spesso a condizioni economiche favorevoli.
- Infine, molti club puntano sugli acquisti di alto profilo (i marquee signings) per aumentare la propria competitività in campo ma anche il proprio appeal commerciale, rivolgendosi a calciatori molto noti, anche se in fase avanzata di carriera.
Ingaggi alti per durate minime da una parte, clausole di uscita facilitate per entrambe le parti dall’altra: la Short-term strategy vive nel qui e nell’ora. L’obiettivo non è costruire una rosa che duri nel tempo ma un “Instant Team” che porti a risultati veloci.
I pro e i contro dei contratti brevi per club e calciatori
Dunque, è tutto oro quello che luccica? Certamente no: la Short-term strategy comporta dei vantaggi, sì, ma anche degli svantaggi. Dal punto di vista dei club, queste strategie permettono di gestire più facilmente il bilancio e di “disfarsi” velocemente dei giocatori meno funzionali al progetto tecnico. Allo stesso modo, tuttavia, è frequente che le squadre si vedano soffiare sotto il naso i migliori talenti a prezzo di saldo, senza contare che la mancanza di stabilità della rosa impedisce la costruzione di un’identità forte nei confronti dei tifosi. Dal punto di vista del giocatore, invece, i contratti a breve termine si traducono in maggiore potere decisionale, trattative più frequenti, e spesso, come nel caso del parametro zero, a ingaggi più alti: un aspetto che rafforza sempre di più la figura del calciatore-imprenditore. Non si può, d’altro canto, non considerare l’aspetto psicologico di un calciomercato che viaggia a così alte velocità. La precarietà dei contratti, unita alla sempre più alta frequenza degli infortuni, toglie ogni rete di sicurezza ai giocatori che non possono più contare sui club a garanzia della propria carriera. Ancora, si unisce l’altissima mobilità geografica che rende difficile l’integrazione sociale del giocatore all’interno del club per cui si trova a giocare e nella città che lo ospita.
Perché la FIFA ha vietato il Bridge Transfer
La Short-term strategy è un’alternativa valida alla pratica del bridge transfer (o contratto bridge), vietata dal Regolamento sullo Status e sul Trasferimento dei Calciatori della FIFA dal 2020. Il bridge transfer si verifica quando un calciatore viene trasferito da un club a un altro attraverso un terzo club (detto “club ponte”), dove il giocatore viene tesserato ma non scende mai o quasi in campo. Questo tipo di operazioni sono solitamente messe in atto per motivazioni illecite e poco sportive, come aggirare regolamenti o ottenere vantaggi economici indebiti. Il bridge transfer, infatti, permetterebbe ai club di non pagare le indennità di formazione o i contributi di solidarietà ai club che hanno cresciuto il giocatore, aggirare il divieto di TPO (Third-party ownership), mascherando quindi la proprietà del cartellino da parte di terzi, e sfruttare i regimi tassativi più favorevoli presenti nel Paese del “club ponte”. La FIFA, che reputa bridge transfer due trasferimenti consecutivi dello stesso giocatore entro 16 settimane, a meno che i club non provino ragioni sportive legittime, sanziona pesantemente i club coinvolti con multe e blocchi del mercato, come successo nel 2021 per i club francesi Paris FC e Angers SCO.
Calciomercato tra obsolescenza programmata e Gig Economy
La Short-term strategy può essere definita come la trasposizione sportiva dell’obsolescenza programmata, termine ormai consolidato all’interno del mercato tech: tutto è destinato a invecchiare velocemente e a essere sostituito, anche i calciatori all’interno di un club. I contratti hanno una data di scadenza stampata sul retro ancora prima di essere firmati. E del resto questo fenomeno non si applica solo al redditizio mercato calcistico (che quantomeno vanta ingaggi non da poco), ma a tutto il mercato del lavoro. Non esistono più i progetti a lungo termine, quelli volti a costruire un “noi” che resista alle sfide del futuro, esiste un’ora, l’istante, qualcosa che deve funzionare immediatamente, dare i suoi frutti per poi cambiare verso l’istante successivo. Questo modello economico viene chiamato Gig Economy e si basa su prestazioni lavorative brevi, occasionali e a chiamata, che spesso vengono gestite tramite piattaforme digitali e app, luoghi di incontro tra datori di lavoro e lavoratori freelance in cerca di singoli incarichi (“gig” appunto). Le generazioni più giovani sembrano aver trovato in questo modello economico la chiave per l’equilibrio tra lavoro e vita privata. Millennials e Gen Z ne apprezzano la flessibilità, l’autonomia, l’alta digitalizzazione, nonostante gli svantaggi, che non sono mica pochi: basso rendimento economico e alta precarietà in primis. Osservando il fenomeno con un occhio un po’ più critico, tuttavia, l’affezione dei più giovani ai lavori occasionali forse non è sintomo di una maggiore autonomia decisionale quanto di una ormai rassegnata accettazione di un mercato del lavoro che è inevitabilmente cambiato (in peggio): se da un lato ci sono i “lavoretti”, dall’altro non sembrano più esserci i lavori stabili. La scelta non è più tra equilibrio vita privata-lavoro e un lavoro che non lascia spazio alla vita privata ma, sempre più spesso, tra lavoro e non lavoro. Non è l’incarico a diventare obsolescente, è il lavoratore stesso. Una realtà con cui i calciatori sembrano aver già fatto i conti. E come si dice, se non li puoi battere…
