Chi pensava che l’occasione fornita dal destino all’Atletico Madrid fosse troppo ghiotta per non essere sfruttata è cascato male: la notte di San Siro ha scritto nella storia della Champions League, per l’undicesima volta, il nome del Real Madrid. Altro che favola a lieto fine per i ragazzi di Simeone, sconfitti ancora una volta dai cugini nell’ultimo atto della competizione per club più bella del mondo. Stavolta, a differenza di due anni addietro, sono stati necessari i rigori. L’incubo porta le sembianze di Sergio Ramos e Cristiano Ronaldo, una sorta di refrain di un motivo andato in onda giù nella già citata finale 2013/2014: il Capitano dei madrileni ha sbloccato la partita, CR7 l’ha chiusa segnando il rigore decisivo.
La partita ha avuto un andamento anomalo, inquadrabile nel modus operandi messo in atto dalle due contendenti. Di ‘cholismo’ se ne è visto poco: l’Atletico, subito il goal dopo appena quindici minuti, non ha potuto ergere le consuete barricate a difesa della propria metà campo, arma letale per chiunque si sia trovato di fronte l’Atletico quest’anno e non solo. Lo stesso Real, però, dopo il vantaggio non ha imperversato, come qualcuno poteva magari pensare. Del resto, non è la squadra dei ‘galacticos’ dove Zidane fu uno dei migliori attori protagonisti. Hanno badato anche al sodo le ‘merengues’, forse soprattutto al sodo. Ed ha avuto ragione Zizou, tanto elegante ed affascinante sul campo da gioco quanto efficace dalla panchina.
La vittoria di Ramos e compagni non è stata certo schiacciante. Le prime battute di gioco, non solo per il goal, avevano lasciato pensare ad un dominio del Real che, però, di fatto non si è mai visto. In particolare nella ripresa quando l’Atletico, grazie anche all’ingresso in campo di Ferreira Carrasco, ha cambiato modo di giocare mandando in crisi in più di un’occasione gli avversari. E proprio quest’ultimo aveva pareggiato i conti a dieci minuti dalla fine, approfittando della colossale dormita del mediocre Danilo. Il Real ha avuto più occasioni da rete ma non è stato cattivo al punto da chiuderla quando avrebbe potuto.
Ha rischiato ma, alla fine, è stato premiato. L’Atletico ci ha messo il cuore, ha avuto il merito di non arrendersi dopo il goal di Ramos, di non deprimersi dopo il rigore sbagliato da Griezmann, di rialzare la testa quando tutto pareva perso. E’ un successo su cui si può dire tutto e niente: avrebbero meritato, a conti fatti, entrambe le squadre. Mai come adesso ha avuto un senso che si concludesse tutto ai rigori: qui la differenza l’hanno fatto i piedi migliori del Real, con l’errore di Juanfran e la firma decisiva dal dischetto del solito Cristiano Ronaldo.
Proprio lui, autore di una delle peggiori partite della sua carriera, a causa di evidenti problemi fisici, non ha mai gettato la spugna. Ci ha messo cuore, personalità, carattere. Non si è abbattuto quando i suoi minimi tentativi di sbloccarla non hanno portato a nulla. Non si è abbattuto quando ha fallito un’occasione da rete che in altri momenti avrebbe segnato. E’ rimasto in campo fino all’ultimo secondo, presentandosi dal dischetto per tirare il rigore decisivo e trasformandolo con grande classe.
All’Atletico vanno tutti gli onori del caso. I ‘colchoneros’ sono andati, ancora una volta, ad un passo dal vincere la prima Champions League della propria storia. Non ce l’hanno fatta e, per parte del match, hanno sicuramente sperato di farlo. Ma i conti si fanno su tutti i 90 minuti dell’incontro. Anzi, in questo caso, nei 120 ed oltre. Simeone, per quel che ha fatto in questi anni, avrebbe meritato di conquistare la coppa dalle grandi orecchie. Ma il calcio non sempre è riconoscente e così sul tetto d’Europa ci sale Zidane.
All’ex fuoriclasse della Juventus vanno fatti i complimenti per l’umiltà con cui si è cimentato nel ruolo di allenatore del Real Madrid. Ha cancellato la spocchia della gestione Benitez, è entrato in punta di piedi in uno spogliatoio che già conosceva, si è fatto rispettare con intelligenza. Ha costruito una squadra solida, non certo spettacolare ma capace di sfruttare i propri punti di forza, che di certo sono tanti, per ottenere un successo straordinario. La firma di Zidane non è pesante ma c’è e di questo gli va dato atto.
