Aron Winter, l’accoglienza in Italia tra razzismo e antisemitismo e quella vergognosa scelta della Lazio

Si rinnova l'appuntamento con la nostra rubrica "L'uomo del giorno". Protagonista di oggi è Aron Winter, ex centrocampista di Lazio e Inter

Se cresci nel miglior vivaio del mondo vuol dire che hai le stigmate del campione. E Aron Winter è venuto fuori dalle giovanili dell’Ajax, seppur proveniente dal Suriname, altro Paese che di talenti ne ha sfornati: Davids, Seedorf. Eccezionale mezzala tra le migliori della sua epoca, capace di fare tutto: difendere, impostare, attaccare. Doti fisiche eccellenti abbinate a corsa e tecnica. Con i Lancieri brucia le tappe ed in poche stagioni si mette in mostra a livello internazionale. Johan Cruijff lo impone titolare anche durante il vittorioso cammino nella Coppa delle Coppe 1986/1987. Dopo i successo con l’Ajax arriva la chiamata dell’Italia.

Nel 1992 passa alla Lazio. E’ protagonista anche nella Capitale con diversi gol all’attivo. Nel 1996 va all’Inter. La prima stagione è negativa e si conclude con il rigore sbagliato nella finale di Coppa Uefa contro lo Schalke 04. Si riscatta con l’arrivo di Gigi Simoni in panchina, conquistando con l’Inter la Coppa Uefa del 1998. Una terza stagione deludente e il ritorno all’Ajax. Un breve passaggio in prestito allo Sparta Rotterdam e il ritiro dal calcio giocato nel 2003.

Oggi Winter è vice-allenatore della Nazionale greca, ma non ha dimenticato l’Italia e un giorno gli piacerebbe tornare magari per allenare in Serie A. E dire che l’accoglienza a Roma fu tutt’altro che positiva. Fu il primo nero della Lazio. Al suo arrivo a Roma Aron, abituato all’apertura mentale degli olandesi, si scontra con la triste realtà romana e con gli slogan nazisti di una piccola parte della curva nord. Dopo pochi giorni dal suo arrivo nella Capitale, una scritta a caratteri cubitali appare fuori dal centro d’allenamento della Lazio: “WINTER RAUS”. Un mondo capace di contestare a un grande sportivo il colore della sua pelle e il suo nome di origine ebraica.

Ad accoglierlo allo Stadio Olimpico all’esordio i soliti “buuuu”. A questi si aggiunse la vergogna della società che suggerì al calciatore di negare le sue radici ebraiche e fu costretto a dichiarare che al padre piacevano i nomi esotici, da lì la scelta di chiamarlo Aron.