Breno, una storia senza senso. Il calciatore dal sicuro avvenire diventato piromane: il drammatico racconto

Si rinnova il classico appuntamento con la nostra rubrica "L'uomo del giorno". Protagonista di oggi è Breno Vinicius Rodrigues Borges, difensore brasiliano

Breno Vinicius Rodrigues Borges, per tutti Breno, è il protagonista di oggi. A diciotto anni è già un fenomeno. Vince il titolo nazionale con il San Paolo e viene nominato miglior difensore del campionato. Su di lui si posano gli occhi del Bayern Monaco, che non se lo fa sfuggire. Sembra un calciatore dal sicuro avvenire e invece qualcosa va storto. I bavaresi lo cedono in prestito al Norimberga, dove si rompe il crociato. Inizia un calvario, fatto di infortuni e non solo. Inizia ad attaccarsi alla bottiglia, per scacciare il dolore. E proprio l’alcol gli è fatale, in una fredda notte. Mentre moglie e figli sono fuori e Breno è ubriaco perso, la villa in cui abita il calciatore prende fuoco.

Ci vuole poco per capire che l’incendio è doloso ed è stato appiccato dallo stesso difensore. Questa la drammatica testimonianza dell’ex moglie, Renata Borges, a ‘Globoesporte.com’: “Breno ha ricevuto la notizia che avrebbe dovuto subire il quarto intervento al ginocchio sinistro. Quando arrivò a casa, mi ha invitato a pranzo in un ristorante perché era molto triste e voleva rilassarsi un po’. L’ex manager Guilherme Miranda era con noi, l’avrebbe accompagnato in ospedale per l’intervento chirurgico. Breno ha iniziato a bere birra e l’ho lasciato perchè sono dovuta andare a prendere i miei figli a scuola. Mi ricordo che avevo paura, e gli dissi di smettere, perchè si sarebbe dovuto operare il giorno successo. Ma lui non mi ubbidiva più. Mi ricordo che mi ha detto di fargli una bistecca. Non avevano senso le sue parole. Arrivò Rafinha, che poi è andato all’Oktoberfest. Ma Breno non era con loro. Ad un certo punto ha cominciato ad avere allucinazioni, e a dire che doveva aiutare i suoi amici e Rafinha, sul viale di casa nostra in pantaloncini cominciò a rotolarsi per terra. Quando ho visto l’incendio, ho urlato ai poliziotti di salvare mio marito. Aprì la finestra della camera per buttarsi di sotto. L’ho abbracciato e pregato. Ma lui ci ha provato di nuovo, e questa volta non riuscivo più a tenerlo. E’ caduto da un’altezza di quattro metri. Poi si alzò e cominciò a correre, gridando che Rafinha aveva bisogno di aiuto. Poi ha preso un grosso coltello. Ho svegliato i bambini e li ho messi in macchina, ancora in pigiama. Ho visto molte bottiglie rotte e la bicicletta gettata per terra. Ho chiesto aiuto, mi sono fermata in un angolo in macchina, era quasi mezzanotte. In seguito ho visto moltissime auto della polizia andare verso casa mia. Ho pensato: ‘Breno si è ucciso’. Quando sono arrivato di fronte casa mia, ho visto l’incendio. Mi sono inginocchiata e ho pregato i vigili del fuoco di entrare in casa, ho pianto per 20 minuti la morte di Breno. Poi è arrivato Rafinha, si è messo a piangere e a chiedere ai vigili di entrare in casa. Poi è arrivato un poliziotto e ci ha detto che Breno era vivo. Sembrava posseduto“.

Il tribunale lo condanna a 3 anni e nove mesi di carcere. Dopo aver trascorso 380 giorni nella prigione di Stadelheim, il 19 agosto 2013, Breno viene rilasciato. E, incredibilmente, torna a giocare. Lo fa al San Paolo, squadra che lo ha lanciato. Due stagioni in cui rimedia solo 14 presenze, ma tanto basta per la rinascita. Poi, nel 2017, passa al Vasco da Gama. Chissà se nel resto della carriera farà fuoco e fiamme. Scusate, ripensandoci è meglio di no.