Caro Rivera, ti spiego perché Insigne merita la maglia numero 10 (e anche molto di più)

Ormai la danno a tutti, anche ai portieri, anche a Insigne. Conta molto meno di una volta“. Con queste tristi e infelici parole, ieri sera Gianni Rivera ha commentato a Sky la prestazione di Lorenzo Insigne, il più grande talento odierno del calcio italiano. Rivera, che ha smesso di giocare in nazionale oltre 40 anni fa, è un grande campione (di un altro calcio, che oggi non c’è più). E ovviamente ha pieno diritto di esprimere il proprio parere. Ma a 74 anni il rischio è quello di vivere nei ricordi e nella nostalgia dei tempi che furono, andando a sottovalutare il nuovo che avanza.

A prescindere dalla prestazione di ieri sera, da dimenticare per tutta l’Italia (ma quante volte anche Rivera avrà giocato male? Non si giudica mai un giocatore da una partita, altrimenti il Buffon visto ieri sarebbe un dilettante “paperaro”), come si può andare addosso ad uno come Insigne? Lo stesso talento napoletano, nel post gara, ha risposto dimostrando umiltà e maturità: “Le critiche le lascio agli altri. Cerco di dare sempre il massimo e di dimostrare quello che valgo sul campo. Certo nelle altre partite che avevo giocato con la maglia numero 10 dell’Italia tutti mi avevano esaltato…“.

LaPresse/Garbuio
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E se nella storia della Nazionale, la maglia numero 10 l’hanno indossata tante grandi stelle come Sivori, Facchetti, lo stesso Rivera, poi in tempi più recenti il “Divin Codino” Roberto Baggio, Alessandro Del Piero, Francesco Totti e Antonio Cassano, non possiamo dimenticare che in numerose occasioni questa maglia è finita sulle spalle di ottimi calciatori, meno fenomeni e più normali. E’ il caso di Antonio Juliano ai mondiali del 1966 in Inghilterra, Mario Bertini ai mondiali del 1970 in Messico, Romeo Benetti ai mondiali del 1978 in Argentina, Giuseppe Dossena ai mondiali del 1982 in Spagna, Luigi De Agostini agli europei del 1988, Nicola Berti ai mondiali italiani del 1990, Daniele De Rossi agli europei del 2008, Totò Di Natale ai mondiali del 2010 in Sudafrica, Thiago Motta ai recenti europei del 2016.

LaPresse/Jennifer Lorenzini
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E certamente Lorenzo Insigne tra queste due categorie, merita un posto tra i primi e non certo tra i secondi. E’ ancora molto giovane, appena 26 enne, eppure con l’Italia ha già giocato 17 partite, mettendo a segno 3 gol e due assist. In serie A con la maglia del Napoli ha già segnato 45 volte, fornendo 50 assist ai compagni. E sempre con la maglia del Napoli ha giocato 39 partite nelle più importanti competizioni europee (Champions League ed Europa League), siglando sei reti e otto assist. Oltre ai numeri, è un calciatore fondamentale sia per i numeri che mostra in campo, sia per il suo atteggiamento fuori dal rettangolo di gioco. Ha dimostrato un legame straordinario con la squadra della sua città, nei tempi in cui le bandiere sono ormai un ricordo del calcio del passato. Ed è sempre stato umile, con i piedi per terra, nonostante le tentazioni di un mondo balordo come quello del pallone.

LaPresse/Reuters
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La riflessione più corretta che andrebbe fatta sull’impiego di Insigne in nazionale, è prettamente tattica. Anche con la maglia dell’Italia, infatti, ha dato il meglio quando è stato utilizzato come esterno offensivo di un tridente, cioè nella stessa posizione in cui regala spettacolo con la maglia del Napoli. Ed essendo il miglior calciatore del calcio italiano oggi, non sarebbe blasfemo costruire una squadra intorno a lui nel suo ruolo ideale, anziché forzarlo in un lavoro che non è il suo (come ieri sera contro la Spagna), costringendolo a cattive figure. Anche perché abbiamo altri calciatori che possono fare meglio in quella posizione.

E un esperto come Rivera potrebbe arricchire i commenti televisivi di indicazioni così importanti, anziché vomitare fango sul presente con ironica superiorità dei tempi passati. Insigne merita la 10, e anche molto di più. Merita la fiducia incondizionata di tutto il movimento, perchè è il nostro calciatore più talentuoso e sarà anche quello più rappresentativo per i prossimi tre mondiali e due europei.

Menomale che almeno Tavecchio ci ha messo una toppa: visto il ruolo di Rivera in federazione, c’era il rischio di combinare un grande pasticcio…