Chelsea, parla Conte – Dopo aver conquistato la Premier League a suon di vittorie, Antonio Conte vuole mettere la ciliegina sulla straordinaria stagione del suo Chelsea, vincendo la finale di FA Cup in programma tra una settimana contro l’Arsenal. Intanto il tecnico italiano ha rilasciato un’intervista per l’edizione odierna de ‘La Repubblica’, facendo capire ancora una volta che il suo futuro sarà quasi sicuramente a Londra, con buona pace dell’Inter: “Il mio obiettivo è mettere le basi per continuare a vincere. Questo è già un grande club, però ha alzato una Coppa Campioni e poi è uscito al primo turno, ha vinto una Premier e poi è arrivato decimo. Deve trovare stabilità al top. L’entusiasmo degli italiani mi inorgoglisce. Lo share della Premier in tv è salito anche per il Chelsea, al di là di simpatie o antipatie per me. Le speculazioni sul mio futuro sono normali, pretendo concentrazione sul campo. Italia? Ne sono innamorato. La sento nel cuore in ogni cosa che faccio, anche se, per fare venire mio padre, ho dovuto vincere la Premier: la sua promessa era che sarebbe venuto a Londra con mia madre. In 10 anni di panchina ho scalato una montagna e durante la scalata hanno provato a buttarmi giù. Non ci sono riusciti”.
Chelsea, parla Conte – Poi Conte rivela alcuni retroscena molto interessanti sul suo primo anno in terra inglese, che riguardano anche la sua famiglia: “Non tutta rose e fiori. L’approdo sì, il percorso no. Con mia moglie Elisabetta a gennaio abbiamo deciso che Vittoria avrebbe finito la scuola a Torino, anche se era già iscritta a Londra. Ma se rimango, verranno a stare con me. Per nostra figlia sarà una grande opportunità vivere in un Paese straniero. Di sicuro un altro anno da solo non lo faccio. Sconfitte di settembre con Liverpool e Arsenal? La squadra andava in campo e io non sapevo che cosa sarebbe successo: la sensazione peggiore. La sconfitta per me dura due giorni, la vittoria un’ora. Ho pensato: se devo morire, muoio con la mia idea. Il lavoro meticoloso. Le mie convinzioni. Non sono per i compromessi. Stavo dando tutto e non mi sentivo in discussione. Ma non potevo snaturarmi. La squadra mi ha rispettato: per me parlava il passato, anche da calciatore”.










