Nell’Odissea, quando l’aedo Demodoco celebra le imprese di Ulisse nella guerra di Troia, quest’ultimo, arrivato sull’isola dei Feaci sotto mentite spoglie, per ben due volte piange disperatamente, cercando di coprirsi il volto con il mantello. E’ una delle scene più suggestive dell’intero poema, per certi versi anche “stonata” rispetto al ritratto di uomo forte ed eroico con cui siamo abituati ad immaginare il protagonista di quel lungo viaggio alla ricerca della propria patria. Ma chi ha mai detto che gli eroi non debbano piangere? Chi ha mai detto che le lacrime siano sinonimo di debolezza?
Anche il calcio, lo sappiamo tutti, ha i suoi campioni, i suoi eroi, molti dei quali saranno ricordati anche per le loro lacrime. Spesso lacrime di gioia, ma soprattutto di rabbia, di disperazione, di delusione. Il pianto di Andrea Pirlo ieri sera a Berlino è soltanto l’ultimo di una lunga serie. Nessuno, infatti, potrà mai dimenticare le lacrime di Franco Baresi a USA ’94, quando miracolosamente riuscì a smaltire i postumi di
un’operazione al menisco e partecipare alla finale contro il Brasile, persa ai calci di rigore. A quattro anni prima, in Italia, risale invece il pianto di Diego Armando Maradona, vanamente consolato dal ct Bilardo, dopo la finale beffardamente persa contro la Germania a causa dell’inesistente penalty realizzato da Brehme. E chi potrà mai dimenticare la disperazione di tutta la rosa del Brasile ai Mondiali scorsi dopo il massacrante 7-1 rimediato contro la Germania: non era la prima volta che la nazionale verdeoro si rendesse protagonista di una scena del genere, basti pensare alla clamorosa sconfitta contro l’Uruguay al Maracanà nel 1950, una debacle che fece sprofondare nella depressione una nazione intera. Impresse nella memoria di noi italiani, anche le lacrime di Bobo Vieri dopo l’eliminazione ai rigori a Francia ’98 ad opera di padroni di casa, e quelle di Mario Balotelli dopo lo 0-4 contro la Spagna alla finale di Euro 2012. Probabilmente meno celebri, quelle di David Trezeguet, il cui rigore sbagliato si rivelò decisivo per la vittoria dell’Italia in finale ai Mondiali del 2006, o quelle di Cristiano Ronaldo dopo la finale persa dal Portogallo, in casa, contro la Grecia nel 2004.
Piangono soprattutto i capitani, vedi John Terry a Mosca nel 2008: dal dischetto poteva regalare la Champions ai blues, ma il difensore, al momento dell’impatto con la sfera, scivolò incredibilmente, e la storia dice che quella coppa la vinse il Manchester United. Red Devils protagonisti anche del pianto di Sammy Kouffour nell’assurda finale di Barcellona nel ’99, quando la squadra di Ferguson ribaltò il punteggio negli istanti finali contro il Bayern con i gol di Solskjaer e Sheringham. Un pianto, quello del difensore ghanese, che suscitò anche la commozione dell’arbitro Collina. Per quanto riguarda la Serie A, le ultime lacrime celebri sono quelle di Ronaldo, il Fenomeno, dopo quel 5 maggio del 2002 che tutti gli interisti ancora ricordando e maledicono.
Piagnucoloni? Bambini? Macché! Solo chi sente davvero la causa per cui lotta può abbandonarsi a quella che, in fondo, è l’espressione più naturale ed istintiva in situazioni del genere. Solo i veri campioni hanno il coraggio di non trattenere le lacrime. Solo gli eroi, quelli veri, quelli che affrontano persino le divinità pur di tornare dai propri cari e quelli che si prendono la squadra sulle spalle per trascinarla alla vittoria.