Nato il 6 marzo del 1954 a Duren, Harald Schumacher è stato un grande portiere tedesco. Scelse il soprannome “Toni” in onore del suo idolo, Toni Turek (campione del mondo nel 1954). Venne scartato in vari provini, non sembrava un gran talento. Ma di personalità ne aveva da vendere. A diciotto anni ce la fa. Conquista la porta del Colonia. A Schumacher interessava soltanto vincere e per farlo non guardava in faccia nessuno. Ogni avversario era un nemico. Un piccolo Hitler, Schumacher. Gerhard Welz, portiere titolare del Colonia, si fece male e Toni esordì. Conquistò subito i tifosi biancorossi. Indossa la maglia del Colonia dal 1972 al 1987. “La cosa principale è spaventare l’attaccante avversario, intimidirlo. Lui deve pensare che sono un drago volante, agile come un diavolo ed i sedici metri dell’area di rigore mi appartengono. La porta è un tempio sacro che devo proteggere ad ogni costo”, questa una delle sue frasi, il che racconta molto del personaggio. Ha poi indossato le maglie di Schalke 04, Fenerbahce, Bayern Monaco e Borussia Dortmund, le ultime due con pochissime presenze. Ha vinto 3 Coppe di Germania, 2 campionati tedeschi, una Supercoppa di Turchia e un campionato ad Istanbul. Con la Nazionale ha conquistato l’Europeo del 1980.
A Spagna’82 Schumacher si rese protagonista di numerosi episodi in negativo, al momento della premiazione si rifiutò di stringere la mano al Presidente della Repubblica italiana Sandro Pertini. Un altro episodio è legato alla semifinale contro la Francia. Al Ramòn Sànchez Pizjùan di Siviglia è trascorsa da poco l’ora di gioco quando Schumacher ferma con un’uscita spericolata la corsa sfrenata verso il goal del difensore transalpino Patrick Battiston. L’anca dell’enorme portiere contro il volto del transalpino; un frontale spaventoso. Tifosi e giocatori preoccupatissimi accorrono per cercare di infilare qualche dito in bocca ed evitare che Battiston soffochi. Tutti preoccupati tranne uno, lui. Incurante di quanto avvenuto e fiero dell’ignobile gesto compiuto, sistema la palla in attesa di poterla rinviare. La partita riprende ma Battiston lotta tra la vita e la morte in ospedale. Ai rigori vince la Germania. Ma a tutti interessa poco del risultato, la testa è altrove. Solo quando i calciatori arrivano negli spogliatoi arriva qualche notizia. Battiston alla fine se la caverà con la rottura di due denti, l’incrinamento di due vertebre e due giorni di coma. Nessuno parla nel post-partita, nessuno tranne Schumacher, ovviamente. “Battiston ha perso due denti? Bene, vorrà dire che gli regalerò una dentiera d’oro”. I francesi non ci stanno ed il giorno dopo il prestigioso quotidiano “Le Figaro” chiese ai suoi lettori di indicare il tedesco più odiato di tutti i tempi. Hitler arrivò secondo.
Nella propria autobiografia, intitolata Anpliff (ovvero fischio d’inizio). Harald denuncia il massiccio uso di doping all’interno del calcio tedesco. Racconta di sciroppi per la tosse a base di efedrina, una sostanza che stimola l’aggressività ed aumenta la resistenza allo sforzo ma che al tempo stesso toglie il sonno nonostante l’abbondante stanchezza. Ma parla anche di un esercito di medici intorno alla nazionale durante il mondiale messicano che costringevano i calciatori a bere delle sostanze. E poi caramelle farcite di ferro, magnesio e vitamine varie che talvolta i calciatori gettavano in giardino, oltre alle inevitabili punture che il professor Liesen avrebbe effettuato personalmente.