Dall’Italia all’Inghilterra. Dalla Juve al Watford. Ma, soprattutto, da giocatore ai margini di un progetto a protagonista della promozione della sua squadra in Premier League. Potremmo sintetizzare così, in poche righe, la storia di Marco Motta, esterno difensivo del Watford che, intervenuto dalle pagine di TuttoSport, ha spiegato come l’Inghilterra sia riuscita a cambiarlo, sia in ambito professionale che umano. «Qui – ha detto l’ex giocatore della Juve – gli stadi sono sempre pieni, c’è il tutto esaurito. Sempre. E impianti all’avanguardia: nuovi, funzionali, a misura di tifoso. Noi abbiamo centrato la promozione lo scorso week end vincendo in casa del Brighton & Hove Albion. Ecco: sono quint’ultimi eppure nel loro impianto, il Falmer Stadium, non c’era un solo posto libero. Certo, capiamoci: anche in Italia, anche a Torino c’è uno stadio all’avanguardia ed è lo Juventus Stadium, io ci ho giocato fino a qualche mese fa. E’ vero, si riempie, ma spesso e volentieri solo per le partite di cartello…».
E sulle differenze tra il calcio inglese e quello italiano, Motta ha aggiunto: «Qui in Inghilterra è diversa, totalmente opposta proprio la mentalità, il modo in cui viene trasmessa la passione per la propria squadra del cuore, di padre in figlio. Nei settori riservati ai tifosi in trasferta trovi di tutto: la vecchietta che sferruzza a mano uno sciarpone molto vintage e che porta i nipotini a vedere il club del suo cuore, il professionista di 40- 50 anni che sta tranquillo e seduto e al massimo applaude al gol, dimostrando aplomb molto british, e pure il gruppo di ragazzini e anche moltissime famiglie. E se la squadra perde non ce n’è uno che contesti, insulti o fischi i propri giocatori. Sono applausi, a patto che tu in campo dia tutto quello che hai. Quando sono arrivato al Watford mi ha stupito l’affetto che mi ha circondato fin dal primo momento. Non me lo aspettavo, pensavo a un clima più distaccato. Non ci ho messo tanto ad ambientarmi, i compagni, lo staff tecnico e la società mi hanno fatto subito sentire parte importante del progetto. Non smetterò mai di ringraziarli per avermi aperto un mondo».