Only the Captain: la nuova “zona di rispetto” che cambia il calcio ai Mondiali 2026

Addio alle proteste di gruppo e al mobbing arbitrale: la nuova regola trasforma il calcio in diplomazia. Dal modello pallavolo alla crisi della leadership: l’analisi

Man mano che la Coppa del Mondo FIFA 2026 in programma quest’estate in Nord America si avvicina, un colosso troppo imponente e importante per fermarsi nonostante il contesto geopolitico complesso e frammentato, il mondo calcistico si prepara a dire addio, forse definitivamente, a uno dei suoi riti più caotici, iconici e a volte tristemente violenti: l’assembramento intorno all’arbitro. Questi Mondiali, infatti, saranno ricordati per essere i primi dopo l’entrata in vigore del Regolamento del Gioco 2025-2026 dell’International Football Association Board (IFAB), un sistema di regole che cambia le carte in tavola (o in campo che dir si voglia) inaugurando un nuovo modo di giocare a calcio. Dalla rivoluzione del VAR alla gestione degli infortuni, di cui abbiamo già parlato, i nuovi appuntamenti internazionali daranno il benvenuto al protocollo “Only the Captain”, un sistema testato durante gli Europei 2024 e le competizioni per club UEFA della scorsa stagione, accolto anche in Premier League. Una direttiva che parla chiaro: solo il capitano potrà parlare con il direttore di gara. Per tutti gli altri, divieto di avvicinamento o cartellino giallo. 

Regolamento IFAB 2025-2026: come funziona la regola “Only the Captain”

La regola “Only the Captain” ha un obiettivo molto chiaro: ristabilire un clima di rispetto ed equità tra i vari attori delle partite di calcio. Per farlo il Regolamento permette solo a un giocatore, solitamente il capitano, di avvicinarsi all’arbitro e interloquire con esso, in modo rispettoso, per chiedere spiegazioni sulle decisioni arbitrali. Lo stesso capitano, o giocatore designato, sarà responsabile di tenere i compagni di squadra a distanza per evitare proteste, gesti o invasioni dello spazio dell’arbitro, nonché di riportare e spiegare le decisioni dell’arbitro agli stessi compagni. I giocatori che non rispettano la dovuta distanza, incluso il capitano in caso di protesta contro le decisioni arbitrali, verranno sanzionati con il cartellino giallo. Se il capitano è il portiere, può essere designato come interlocutore ufficiale un giocatore di movimento. Per i campionati di calcio giovanile, veterani, persone con disabilità e calcio di base, il Regolamento prevede che l’arbitro introduca all’occorrenza la regola “Only the Captain” con un fischio e un gesto specifico, creando una “Captain-only zone” ideale di circa quattro metri a cui solo i capitani, o giocatori designati, possono accedere. 

Mobbing arbitrale e violenza: i numeri di un’emergenza non più rimandabile

La regola “Only the Captain” e della “Captain-only zone” potrebbe essere una risposta al sempre più diffuso fenomeno del “mobbing arbitrale” in campo, a cui si assiste ormai troppo frequentemente nei campionati principali e nei campionati minori, italiani e non. Il termine si riferisce a una serie di condotte vessatorie e atti aggressivi, verbali quanto fisici, messi in atto da atleti, dirigenti e pubblico nei confronti del direttore di gara e della squadra arbitrale per condizionarne o criticarne le scelte, spesso in gruppo, dove l’arbitro viene circondato e isolato da più persone.

Foto EPA

Sebbene non esistano statistiche ufficiali, secondo i dati dell’Osservatorio Violenza dell’Associazione Italiana Arbitri tra il 2022 e il 2024 sono stati registrati in totale 870 episodi di violenza ai danni di un direttore di gara, con episodi che spaziano dalla violenza fisica grave alle tentate violenze. Di questi, 9 episodi, di cui 6 gravi, hanno riguardato i campionati nazionali, mentre numeri più alti sono stati registrati nei campionati regionali (579 casi) e giovanili (282 casi). A commettere questi gravi atti di protesta sarebbero nell’85/90% atleti, dirigenti o allenatori tesserati. Alcuni degli episodi più recenti nella stagione 2025/2026 hanno visto coinvolti, nei campionati minori, anche arbitri giovanissimi, in alcuni casi minorenni, o arbitri donne, spesso oggetto di commenti sessisti e denigratori. Una deriva pericolosa che fino a ora non sembra aver trovato soluzione né nell’inasprimento delle pene decise dalla FIGC (che prevede squalifiche minime di due anni per chi aggredisce un direttore di gara) né negli appelli e negli interventi delle associazioni di categoria. Il fenomeno lede sia i singoli arbitri, che spesso soffrono di conseguenze fisiche e psicologiche a seguito degli episodi più violenti o decidono di rinunciare del tutto alla pratica arbitrale, sia a tutto il mondo del calcio, spesso al centro della cronaca più per la deriva violenta che per il fascino sportivo. 

Il “modello volley”: perché il calcio copia la pallavolo sulla figura del capitano

La nuova regola IFAB che vede il capitano come unico interlocutore dell’arbitro non è affatto nuova nel mondo dello sport. Nell’ambito della pallavolo, ad esempio, già dalla Codificazione FIVB del 1947 il capitano è stato individuato come unico tramite ufficiale, ruolo poi standardizzato con l’ingresso della pallavolo tra le discipline olimpiche a Tokyo 1964 e affinato negli anni, fino ai regolamenti più recenti, sia in ambito italiano nelle Regole di Gioco FIPAV che in ambito internazionale nel Regolamento Ufficiale FIVB, rendendo questa regola un caposaldo storico di questo sport. Così consolidato e rodato, questo aspetto regolamentare permette di analizzare vantaggi e svantaggi di un sistema che, in un’ottica generale, sembra funzionare. Il canale esclusivo di comunicazione tra il capitano (o capitano in campo) e l’arbitro (o gli arbitri) permette di evitare confusione in campo, rendendo il gioco più fluido e il ritmo sempre alto, mantiene salda l’autorità dell’arbitro (le cui decisioni possono essere contestate solo nei limiti dei regolamenti, durante o a fine partita), e tutela i giocatori da eventuali sanzioni laddove il capitano funge da “ammortizzatore” e mediatore per proteste, dubbi e stati emotivi che mal si prestano alla continuità del gioco. Non mancano, d’altro canto, anche gli svantaggi che, tuttavia, si riferiscono quasi esclusivamente al ruolo del capitano stesso. Scarso carisma o scarse capacità comunicative, uno scarso allineamento con l’allenatore, che dalla sua zona può fornire una visione più tattica e lucida di quanto avviene in campo, o uno scarso riconoscimento da parte dei compagni di squadra, così come negli ambiti internazionali una scarsa padronanza dell’inglese (lingua ufficiale di gara), possono rappresentare dei gravi limiti per un capitano chiamato ad agire come rappresentante della sua squadra. 

La nuova leadership nel calcio: il capitano diventa un diplomatico

Il nuovo Regolamento IFAB sovverte, almeno sulla carta, il ruolo del capitano di una squadra di calcio per come l’abbiamo conosciuto fino a oggi, in un modello di leadership quasi inedito per il mondo calcistico. Se prima, infatti, il “numero uno” era chiamato a incitare e guidare la protesta, oggi, invece, è chiamato a gestirla, fungere da autorità nei confronti dei compagni per interloquire con un’altra autorità e negoziare il conflitto. Si passa così da una leadership basata sull’empatia muscolare e sulla dimostrazione di forza (a volte anche fisica) nei confronti dell’esterno a una leadership che quella forza la deve rivolgere verso l’interno, mostrando autorevolezza e costruendo un clima di fiducia. Del resto il sottotesto della regola “parla” chiaro: se un compagno viene sanzionato con un cartellino giallo per essersi avvicinato all’arbitro, il capitano ha fallito la sua missione primaria. Da agonista a negoziatore, il capitano diventa ambasciatore privilegiato di una “diplomazia a stanze chiuse”, viene investito di un diritto ad altri negato e in qualche modo si ritrova solo e isolato in una posizione gerarchica interna in precedenza sfumata. Se uno dei vantaggi di questo nuovo modello potrebbe essere, o almeno ci si auspica, la diminuzione degli episodi violenti in campo ai danni dell’arbitro, dall’altro certo non mancano i rischi, in primis quello di una leadership “burocratica” allenata come competenza tecnica più che come attitudine morale. La fascia, d’ora in poi, potrebbe non tenere più in conto il talento puramente calcistico del giocatore, la sua storicità all’interno di un club o la sua rappresentatività, ma essere destinata al giocatore con la migliore oratoria e il miglior autocontrollo, quello in grado di tradurre la protesta dei compagni in un quesito tecnico e diplomatico da negoziare con l’arbitro. 

Sociologia del calcio moderno: dalla protesta di piazza all’ordine gerarchico

Studiata per rispondere a un fenomeno violento e a un generale comportamento antisportivo, la regola “Only the Captain” potrebbe anche fare da specchio a una trasformazione sociale molto più profonda. Se da una parte la crisi dei corpi intermedi, che sotto la spinta della globalizzazione e della digitalizzazione hanno perso ormai quasi del tutto il loro potere rappresentativo, è ormai più che affermata, dall’altra il caos informativo, decisionale e “democratico” esaurisce il singolo, che ora sempre più spesso sceglie di delegare la propria voce a un rappresentante scelto. Laddove il campo da calcio rifletteva la “piazza”, un luogo dove urlare per ottenere ragione, dove la protesta collettiva diventava una forma di solidarietà, dunque, le nuove regole calcistiche potrebbero segnare un passo indietro (o avanti, a seconda dei punti di vista) verso una struttura gerarchica più tradizionale. Ceduta la sovranità individuale, ci si lascia alle spalle quella società dell’iper-individualismo resa possibile dai social media, una società in cui tutti hanno diritto di parola, di opinione, di critica. La “massa” si silenzia a favore di un sistema che dà forza all’istituzione e punta alla sopravvivenza del sistema-partita. Dal caos democratico all’ordine diplomatico, tuttavia, i rischi sono lì dietro l’angolo. Il calcio, per come lo conosciamo, rischia di perdere la sua anima più emotiva, “di pancia”, per fare spazio a una comunicazione puramente gerarchica e sottomessa alla decisione dall’alto. Se estendiamo questa dinamica all’intera società, invece, il rischio principale è che silenziare il disordine della democrazia porti all’ordine, sì, ma all’ordine di una democratura. Se davvero la risposta alla violenza è la rappresentanza forzata, che spazio resta alla sana contestazione?