Ravanelli: “Polverone mediatico di pessimo gusto sul mio cognome”

ravanelliFabrizio Ravanelli, intervenuto sulle pagine di Goal Italia, ha parlato dell’esperienza sfortunata in Francia con l’Ajaccio e delle accuse – che hanno fatto seguito al suo licenziamento – che i calciatori dello stesso club hanno indirizzato all’allenatore, reo di aver somministrato loro troppi farmaci. “Anzitutto il termine doping è a dir poco improprio e ingannevole perché mai nessuno in Francia ha usato questa espressione sui giornali. La vicenda è uscita, ovviamente, prima in terra transalpina e, il giorno dopo, tutto era stato archiviato. In Italia, invece, si è costruito, ad arte, un polverone mediatico davvero sconveniente e di pessimo gusto. Primo: un mio giocatore non mi ha mai accusato di somministrare doping, ma è stato strumentalizzato da alcuni giornalisti che ho già provveduto a querelare e se la vedranno con me in tribunale. Ho sempre distribuito, in accordo con lo staff medico, degli integratori e degli alimenti, null’altro e nulla di diverso, altro che doping. In secondo luogo, non capisco perché tutto è stato incentrato sul mio nome e quello di Ventrone, senza citare anche Angelini, collaboratore-nutrizionista anche della As Roma. In Italia qualcuno ha giocato sul mio cognome anche a costo di non dire la verità: gli integratori che davo ai miei calciatori sono quelli che si possono trovare nel supermercato davanti a casa. Integratori necessari a chi fa sport, e non solo calcio, per recuperare dopo lo sforzo fisico, spero sia chiaro il concetto. Inutile dire che questa vicenda mi ha procurato amarezza e disappunto, ora tocca alla magistratura agire e certificare chi ha detto il falso. Io sono sereno, tranquillo e con la coscienza a posto. Non ho nulla da rimproverarmicontinua l’ex attaccante della Juventus riferendosi alla sua avventura con l’Ajaccio – la mole di lavoro fatta è stata enorme e sono rimasto in ottimi rapporti con i giocatori, i quali mi chiamano praticamente ogni giorno. Presumibilmente l’ambiente corso non era preparato per uno stravolgimento dei metodi di lavoro che ho apportato e, probabilmente, anche il presidente non li ha intesi appieno. Ero il primo ad aprire il mio ufficio ogni giorno alle 7 del mattino per chiuderlo alle 20, sempre presente per illustrare e preparare le nuove tecniche di allenamento, per organizzare e pianificare la preparazione, la tattica, con il mio staff tecnico e medico. Purtroppo quando si sceglie di fare l’allenatore si può andare incontro anche a questi rischi. Sono dispiaciuto per non essere là ancora a guidare i ragazzi, detto questo sono tranquillo e sereno perché ho lavorato in grande trasparenza e massimo impegno. Peccato, è andata così”.