Salvador Cabañas. A molti è un nome che non dirà nulla, ma per gli appassionati di calcio sudamericano o per i più attenti qualcosa fa riaffiorare alla mente. E’ stato un attaccante paraguayano, tra i migliori bomber di tutto il Sudamerica negli ultimi anni. Ha segnato più di 200 gol in carriera, vincendo il titolo di miglior marcatore in Cile, in Messico e nella Coppa Libertadores, unico giocatore a vincerlo per due anni di fila nella “Champions League” del Nuovo continente. Nel 2007 è stato eletto calciatore paraguaiano e calciatore sudamericano dell’anno. Ha vestito le maglie di Guarani, 12 de Octubre, Audax Italiano, Jaguares, Club America, Geberal Caballero, Tanabi e Independiente PJC. Ma poteva sbarcare in Europa, al Manchester United per la precisione, e si apprestava a vivere un Mondiale da protagonista con il Paraguay nel 2010. Se non fosse stato per quella tragica notte.
Tutto ebbe inizio la notte del 25 gennaio 2010 in un bar di Città di Messico, quando un narcotrafficante gli piantò una pallottola in testa dopo una lite per futili motivi. Un mese di terapia intensiva, in lotta tra la vita e la morte, con la pallottola incastrata nel cranio. Alla fine vinse la sua battaglia e riuscì anche a tornare a giocare, seppur non ad alti livelli. Il Manchester United era pronto ad accoglierlo, come rivelò lo stesso Cabañas: “Pochi giorni prima dell’incidente avevo ricevuto una proposta dal Manchester United . Per convincermi a restare in Messico, l’America mi raddoppiò lo stipendio e mi regalò due appartamenti ad Acapulco e a Cancun”.
Tutte promesse quelle fatte dal Club America al “Mariscal” (il “Maresciallo”). Abbandonato da moglie, amici e club durante la costosissima riabilitazione, Cabañas andò a giocare gratis al 12 de Octubre, squadra che lo vide sbocciare. L’allora coniuge e l’agente, in combutta, gli prosciugarono il conto in banca. Amaro il ricordo dell’ex attaccante: “Sono rimasto senza soldi, mentre mia moglie vive coi miei figli in una villa da 5 milioni dollari. Lei e il mio agente mi hanno raggirato, facendomi firmare una marea di documenti”.
Ha dovuto smettere col calcio ed ha iniziato la sua nuova vita, nel panificio di famiglia. Da quel giorno Cabañas si alza alle 4 del mattino per impastare farina in un magazzino a 30 chilometri da Asunción, prima di girare a bordo del camioncino con cui fa il venditore ambulante: “Mi piace quello che faccio. Ogni volta che vado a vendere il pane la gente mi riconosce, mi fa domande sul calcio e io rispondo con piacere perché, anche se ho perso tutto, mi rendo conto che Dio mi ha dato una seconda possibilità. Guardare le partite della nazionale in tv è una sofferenza. Soffro all’idea di non poter più indossare quella maglia”. E anche se la gioia del gol non ritornerà più, rimane quella di poter girare per la sua Asuncón e vendere il pane a quella gente che tifava per lui ed è felice di vederlo.