Totò Schillaci, Cenerentola e la mezzanotte che arriva sempre troppo presto

L'eroe nazionale delle notti magiche piace a tutto il Paese perchè rappresenta compiutamente la favola di chi parte dal fondo delle retrovie e però arriva fino in cima

Ognuno mette in campo quel che è, alla fine e il football, sul piano individuale, è tutto qui. Ogni calciatore è la somma di ambizione, sogni, rabbia, polvere mangiata, in qualche caso fame (non sempre in senso solo figurato), dunque non è un caso, non può essere un caso che quasi tutti i campioni provengano da famiglie umili, in qualche caso da contesti sociali poverissimi.

L’emozione totale, geograficamente indistinta dalle Alpi a Mazara del Vallo che ha accompagnato la scomparsa prematura di Totò Schillaci ci dice qualcosa.

E’ una partecipazione riservata solo ai grandissimi, alle icone del Paese: Riva, Vialli, Scirea, tutti uniti sotto un medesimo comune denominatore: si tratta(va) di ragazzi provenienti dalla provincia che hanno tradotto la propria voglia di arrivare in cifra tecnica, agonistica.

Per Totò questo dato è risultato molto amplificato per il suo essere dichiaratamente meridionale, uno di quegli uomini del Sud che la “scorza” del Mezzogiorno se la porta addosso per sempre e il fatto di spendersi, poi, lontano dal Sud, non toglie un respiro a questa che, più che una modalità di comportamento, è la declinazione di una certa maniera di essere, dell’anima.

L’anima siciliana, meridionalissima di Totò che con i denti ha voluto dimostrare al mondo e a se stesso che si può anche partire dal fondo della fila e trovarsi in cima, che mangiando polvere e sputando sangue niente è impossibile.

Ma Totò ha fatto di più: dopo essere arrivato in vetta a miracol mostrare (anche se il mondo neanche se lo immagina quello che ha combinato con la maglia del Messina), dopo essersi accomodato a pieno titolo sulla giostra della fama, della notorietà, degli agi, non ha perso neppure un millimetro di quella “scorza” che ha continuato a fargli inseguire il pallone della semifinale dei Mondiali (dei quali poi sarebbe stato capocannoniere, unico italiano della storia insieme a Paolo Rossi) con la stessa dedizione, totale che ci metteva nei campetti della periferia siciliana o in quelli della serie C2 e C1 con il Messina che trascinava a suon di gol in serie B (dove vincerà la classifica cannonieri).

Una voglia debordante, totale, ossessiva di far gol, anche a dispetto delle doti tecniche, il calcio italiano la riscontrerà solo in Totò Schillaci e Pippo Inzaghi e di Totò ci porteremo appresso gli occhi spiritati, apparentemente increduli ma in realtà molto consapevoli, perchè nessuno ha creduto in lui più di lui stesso.

E quello sguardo ricordava moltissimo quello di un altro gigante dello sport italiano, a nome Pietro Mennea e, se ci pensate, il vincente è solo un sognatore che non si è mai arreso e non ha mai tradito quel bambino che c’era dentro di lui fin da quando le sue scarpe erano rotte e vecchie rispetto a quelle di compagni di gioco figli di famiglie agiate e che lo guardavano con aria snob.

Quegli stessi compagni che poi, qualche anno dopo, la vita ha fatto riversare in piazza per celebrare i gol di colui il quale non era più il figlio di Mimmo u muraturi ma era diventato un dio celebrato in tutto il mondo ma che non aveva mai perso la voglia di conquistare tutto col sudore e anche lo stupore di stupirsi delle cose e il sorrisetto ironico di chi ha mangiato pane duro e sa che la vita è una bugia molto spesso.

E, come nella favola di Cenerentola, la zucca è diventata carrozza, ma ora non per una magia ma solo per la volontà di dimostrare al mondo che nulla è precluso. Anche stavolta, però, come accadde con Cenerentola, la mezzanotte è arrivata troppo presto…