Lo United è tornato. Non si tratta, ovviamente, di una promozione o di un traguardo raggiunto. Lo United è “semplicemente” tornato a fare lo United, a fare la voce grossa in un campionato in cui da troppo tempo il suo timbro non era che un’eco remota dall’accento scozzese. Dopo il pomeriggio di Premier League, che ha visto il Manchester City soccombere 4-1 a White Hart Lane contro il Tottenham e i Red Devils schiantare il malcapitato Sunderland con un secco 3-0, la squadra di Van Gaal ha superato i rivali cittadini al primo posto in classifica. Vedere lo United in vetta, non può non suscitare dolci ricordi tra gli ultimi romantici, ancora legati alla figura di quel manager occhialuto, capace di forgiare una generazione di fenomeni. Keane, Scholes, Beckham, Giggs, i fratelli Neville, giusto per fare dei nomi: se pensi allo United nella storia recente (perché altrimenti dovremmo scomodare altri dei del calcio), pensi anche a loro, pensi a quella finale di Champions del ’99, pensi a quel 4-4-2 diventato quasi articolo di fede.
Il Manchester United, inutile negarlo, è la squadra che più di tutte rappresenta il calcio inglese nel mondo. Anzi, forse una concorrente c’è, ed è il Liverpool (più per i successi internazionali che per quelli ottenuti tra la Manica e il Vallo di Adriano), ma il valore storico, simbolico, oseremmo dire anche culturale dei diavoli rossi è assolutamente inestimabile. Gli sceicchi e i petrolieri possono influire sui nuovi equilibri, ma la storia non possono cancellarla. Ed è la storia a procurare quel brivido quasi impercettibile che attraversa schiena e braccia quando una squadra viene nominata. Quel brivido in cui sono concentrati i ricordi di imprese memorabili, giocate stellari, l’urlo di Old Trafford. Poche squadre nel mondo sono così romantiche, poche squadre al mondo provocano la sindrome di Stendhal.
Vedere lo United, negli ultimi anni, arrancare in classifica, non classificarsi alle competizioni europee e non trovare mai un’identità precisa sotto tutti i punti di vista, è stato un male per tutti. E’ stato un male per gli amanti del calcio, per i nostalgici, per chi ama volate serrate tra più squadre fino all’ultima giornata, ma, soprattutto, è stato un male per l’intero calcio inglese, che aveva perso la realtà che insieme, appunto, con il Liverpool trainava l’intero movimento in una dimensione europea in cui la Union Jack è stata issata solo nel 2012 grazie alla Champions League vinta dal Chelsea a Monaco. Un caso isolato, nulla di più. Tant’è che negli ultimi 3 anni, il rendimento delle inglesi in Europa è stato disastroso. Un paradosso, per il campionato più qualitativamente elevato del mondo.
Lo United che torna in vetta è un segnale confortante per il futuro, perché pensare alla Premier League senza i Red Devils che fanno fuoco e fiamme è un po’ come immaginare la Serie A senza la Juve (l’abbiamo visto nel 2006/2007 e, a prescindere da tutto, non era affatto la stessa cosa), o la Bundesliga senza il Bayern, la Liga senza il Real Madrid. E poco importa se al posto di Alex Ferguson, del suo 4-4-2, della generazione da lui condotta alla gloria, del suo modo di fare al tempo stesso ieratico e amichevole c’è la creatività, a volte barocca, di Louis Van Gaal, dei suoi metodi poco ortodossi e a volte poco graditi, di una squadra che integra campioni esperti come Carrick, Schweinsteiger e Rooney e fenomeni in erba come Schneiderlin, Depay e Martial.
Inutile pensare alle Età dell’Oro e continuare a rimpiangerle: quello è il passato che nobilita il presente e che responsabilizza per il futuro. La storia può essere scritta anche da penne diverse, l’importante è che il manoscritto non vada perduto. Questi ragazzi, il manoscritto, l’hanno recuperato. Adesso è tempo di scrivere ancora.