L’uomo del giorno, Valeri Lobanovskyj: tra allenamenti mortali e calciatori ubriachi salvò il fumatore Shevchenko

Si rinnova il classico appuntamento con la nostra rubrica "L'uomo del giorno". Protagonista di oggi è Valeri Lobanovskyj, leggendario allenatore

Valeri Lobanovskyj è uno dei personaggi più vincenti e controversi degli ultimi 60 anni. Una figura leggendaria per il calcio sovietico. Cultore di un calcio avanguardistico e con l’idea che i giocatori fossero universali, ma anche rigido, un colonnello. E colonnello lo era veramente. Il Lobanovskyj calciatore è un ala sinistra di oltre 190 cm votata ad offendere. Se ne va così ad Odessa, poi a Donetsk con lo Shakhtar, mettendosi in tasca una laurea in ingegneria meccanica. Nel 1969 siede sulla panchina del Dnepr ingaggiando in rosa il professor Anatoly Zelentsov. I due studiano teorie, creano un programma per analizzare le partite dividendo il campo di gioco in nove quadrati, credono che un giocatore debba sapere già dove passare la sfera prima di averla ricevuta, il pc entra ufficialmente nel calcio che conta.

Nel 1973 passa alla Dinamo Kiev. Agli informatici Lobanovskyj aggiunge Petrowski allenatore di Borzov, velocista capace di correre i 100 metri in 10”07′ alle Olimpiadi di Monaco 1972. La Dinamo vince in patria e diventa la prima squadra dell’Europa dell’Est a conquistare un trofeo fuori dalle mura amiche battendo il Ferencváros 3-0 in finale di Coppa delle Coppe e pochi mesi dopo il Bayern Monaco del Kaiser Franz nella doppia sfida di Supercoppa Europea; quell’anno Oleg Blokhin vincerà il Pallone d’Oro. Nel 1986, al secondo mandato in quel di Kiev, bisserà il successo in Coppa delle Coppe strapazzando 3-0 l’Atletico Madrid grazie al futuro Pallone d’Oro, Igor Belanov.

Alla guida dell’URSS non vince nulla, ma stupisce il mondo nel 1986, dominando alcune partite e superando diversi turni. La rivincita è attesa due anni dopo all’Europeo. L’Italia di Vicini, data per favorita dalla stampa in semifinale, viene trafitta due volte e spedita a casa. In finale c’è l’Olanda di Michels. L’URSS si arrende. Si dice che spesso Lobanovskyj non pranzasse per concedersi unicamente la cena, concludendola con un assaggio di liquore. Niente alcol per i suoi calciatori: una volta vedendone uno ubriaco l’obbligò a fare il custode del campo per ben 5 mesi e poi ne ordinò la cessione ad un club minore. Lobanovskyj sottoponeva a tutti i suoi giocatori dei test attitudinali. Utilizzava degli stranissimi macchinari e solo coloro che rispondevano perfettamente alle sue esigenze potevano entrare in rosa. Introdusse un allenamento “horror” che da quelle parti chiamavano “la salita della morte”. Erano delle ripetute al 16% di pendenza, se non si vomitava era un miracolo.

Morì il 13 maggio 2002 all’ospedale di Kiev, aveva 63 anni. Lo colpì un ictus mentre assisteva a Metallurg Zaporozhye-Dinamo Kiev. Sale sull’ambulanza con le sue gambe; passa qualche giorno e sopravvive anche all’intervento chirurgico, si dice riconosca pure la moglie Ada. Dopo la sua morte Kuchma (ex Primo Ministro e Presidente delle Repubblica fino al 2005) l’elegge Eroe d’Ucraina. Lobanovskyj scoprì anche Shevachenko. Leggenda dice che quando arrivò appunto alla Dinamo Kiev il futuro attaccante del Milan fumasse come un dannato. “Ehi ragazzo, ascoltami bene: da oggi non fumerai più nemmeno mezza sigaretta! Intesi?”. Detto fatto, da quel giorno il ragazzo iniziò a sostituirle con i gol. Il figlioccio Shevchenko gli portò la medaglia vinta in Champions League contro la Juventus nel 2003 al cimitero di Baikove: “Era il minimo che potessi fare per un uomo come lui”.