Un addio annunciato. L’avventura a Monaco di Baviera di Carlo Ancelotti si chiude dopo meno di un anno e mezzo e probabilmente senza rimpianti ne’ da una parte ne’ dell’altra. Annunciato come erede di Pep Guardiola con sei mesi d’anticipo – era il dicembre 2015 -, Carletto era sbarcato al Bayern come colui che avrebbe portato la serenita’ necessaria in uno spogliatoio provato dai tre anni della gestione del rivoluzionario tecnico catalano. Un po’ come successo nel Real Madrid del dopo-Mourinho, condotto subito alla conquista di quella Champions che in Baviera era rimasta solo un sogno con Guardiola. “E’ la persona giusta al momento giusto”, lo aveva accolto Rummenigge, uno dei suoi principali sponsor. E il tecnico di Reggiolo, dopo aver vinto in Inghilterra, Francia e Spagna, non vedeva l’ora di aggiungere nuovi trionfi alla sua collezione. Il fare calmo di Ancelotti aveva conquistato subito tutti, da Muller (“Pep era nel suo mondo, Carlo invece e’ un po’ piu’ vicino ai giocatori”) a Ribery (“il suo arrivo e’ un dono per il Bayern”), passando per Robben (“e’ tutto perfetto, di lui posso solo dire cose positive”). Ma col passare delle settimane qualcosa andava cambiando. Certi passi falsi, vedi la sconfitta col Rostov in Champions o col Borussia Dortmund in Bundesliga, non venivano ben digeriti dall’ambiente e anche fra i giocatori c’era qualcuno che mugugnava (vedi Boateng) salvo poi essere subito zittito dalla societa’, sempre vicina ad Ancelotti. Lo stesso Carletto comincia a dare segni di nervosismo, come quel dito medio mostrato ai tifosi dell’Hertha Berlino che lo avevano insultato. E l’eliminazione ai quarti di Champions contro il Real Madrid, seppur condizionata da un arbitraggio rivedibile nella gara di ritorno, segna una sorta di punto di non ritorno, una frattura che nemmeno la conquista della Bundesliga riesce a ricomporre. La scorsa estate, poi, le cose precipitano perche’ il precampionato del Bayern e’ disastroso: la formazione tedesca perde un’amichevole dopo l’altra e perde anche male (lo 0-4 col Milan il punto piu’ basso) anche se poi, alla prima partita che conta, Ancelotti si porta a casa la Supercoppa di Germania. Ma qualcosa non va. Thomas Muller finisce spesso in panchina e la stampa tedesca non gradisce, nello spogliatoio ci sono sempre piu’ musi lunghi e il tonfo di ieri al Parco dei Principi e’ la classica goccia che fa traboccare il vaso. “Se siamo tutti con Ancelotti? Non intendo rispondere, e’ stata una brutta sconfitta e adesso e’ importante restare uniti come squadra”, la sentenza di un mammasantissima come Robben, escluso dall’undici titolare a Parigi, che fa da preludio a quello che sarebbe successo da li’ a qualche ora. Riunione d’urgenza fra i vertici del club e la decisione di mettere alla porta Sor Carletto. “E’ un amico e lo rimarra’ ma abbiamo preso questa decisione per il bene del Bayern”, il congedo di Rummenigge. Curioso che a far scorrere i titoli di coda sulla sua avventura tedesca sia stato quel Psg che il tecnico di Reggiolo lascio’ 4 anni fa per andare a sedersi sulla panchina del Real Madrid e conquistare l’agognata ‘Decima’.

Ecco, la notte di Lisbona che gli consenti’ di entrare definitivamente nella storia (solo Bob Paisley era riuscito a vincere tre Coppe dei Campioni ma sempre con la stessa squadra, il Liverpool, mentre Carletto ne aveva gia’ sollevate due col Milan) resta forse il ricordo piu’ bello di queste ultime stagioni per uno degli allenatori piu’ vincenti di sempre. Un anno dopo quella magica serata, Florentino Perez non esito’ a scaricarlo e Ancelotti fu vicinissimo al ritorno al Milan prima di optare per l’anno sabbatico e ripartire dal Bayern. Ma come amava dire Galliani, certi amori non finiscono e vista l’aria che tira dalle parti di Milanello… (ITALPRESS).