Antonio Sibilia, dall’agguato della camorra all’arresto durante una trattativa fino alle indimenticabili gaffe

Si rinnova il classico appuntamento con la nostra rubrica "L'uomo del giorno". Protagonista di oggi è Antonio Sibilia, storico presidente dell'Avellino

Antonio Sibilia, figlio di un esportatore di frutta secca, è stato uno dei personaggi più bizzarri del calcio italiano. Vulcanico, pittoresco, imprevedibile. Rimasto orfano di padre, cominciò a lavorare a 13 anni in una famiglia di sei fratelli da mantenere. Nel dopoguerra gli fu affibbiato il soprannome di “‘o mericano'” perché comprò dagli statunitensi due camion e una scavatrice, l’inizio del suo impero di costruzioni. Impegnato in prima linea nella ricostruzione dopo i disastri del terremoto del 1980, entrò nel calcio sulla scia di uno zio, Cosimo Sibilia, morto in un incidente stradale mentre andava a Salerno per comprare un calciatore. Antonio Sibilia divenne il presidente dell’Avellino nell’ottobre del 1970 e, tra varie vicende, si defilò nel 1998. Ebbe un infarto mentre giocava a poker nel suo albergo a Mercogliano. Cedette l’Avellino nel 2001 per sette miliardi e mezzo. Quando uscì di scena disse: “Prima la società biancoverde era di mia proprietà, ora alcune mie proprietà sono dell’Avellino”. E’ morto il 29 ottobre 2014.

Nel 1974 portò l’Avellino in Serie B. In quella squadra, che fu definita “l’Inter del Sud”, allenata da Tony Gianmarinaro, c’erano giocatori pittoreschi come il proprietario: dal terzino Codraro, detto “palla di gomma”, a “Frufrù” Palazzese fino a Bruno Nobili, nato in Venezuela, calciatore dal sinistro vellutato. Sibilia cominciò una guerra contro gli allenatori. Assunse Oronzo Pugliese, ma poi richiamò Gianmarinaro. Sibilia lasciò temporaneamente la presidenza al costruttore Japicca. Si ritirò a Mercogliano dove costruì uno stadio di 5 mila posti e fondò una squadra, l’Irpinia. Nel 1978, Japicca portò l’Avellino in Serie A. Sibilia riprese la presidenza nel 1981. Due anni dopo, al Gallia (l’albergo milanese all’epoca sede del calciomercato), stava trattando con i dirigenti del Taranto la comproprietà dell’attaccante Chimenti quando fu chiamato al telefono dal bancone del ricevimento. Lì trovò due agenti in borghese che lo arrestarono. Aveva donato una medaglia d’oro al capoclan Raffaele Cutolo, facendogliela consegnare dal calciatore Juary, per riconoscenza al boss che aveva sventato un attentato allo stadio Partenio. Ma l’accusa fu di essere il mandante del tentato omicidio del procuratore della Repubblica Antonio Gagliardi. Si fece cinque anni tra carcere e arresti domiciliari. Fu sospettato per l’attentato al telecronista Luigi Necco, gambizzato all’uscita di un ristorante (aveva riferito in tv della medaglia a Cutolo). Il processo per l’attentato al procuratore si concluse dopo dieci anni con l’assoluzione per insufficienza di prove. Sibilia chiese 100 milioni di risarcimento, ottenne tre milioni e 800 mila lire. Sibilia sfuggì miracolosamente ad un agguato camorristico al casello autostradale di Avellino; gli furono sparati contro 41 proiettili di mitra.

Tanti gli aneddoti divertenti, dettati dal suo modo di esprimersi colorito e spesso sgrammaticato. Dopo una serie di sette pareggi strapazzò l’allenatore Papadopulo davanti alle telecamere di una emittente locale: “Sei un pazzo e un uomo di paglia. Ti ho preso fior di giocatori e hai perso sette partite. Perché i pareggi, per me, sono sconfitte”. Durante una sessione di calciomercato comprò sette giocatori dal Lecce per 150 milioni di lire e li rivendette subito a società minori ricavandone il doppio. Un’altra volta Beniamino Vignola si permise di reclamare un premio salvezza. Sibilia gli assestò un memorabile ceffone: “Non vi pago per non retrocedere”. A Tacconi, futuro portiere della Juventus, pagava premi doppi, ma glieli riprendeva a poker.

Giocava a carte anche con l’arbitro Pieri. Una volta disse: “Posso andarci anche a letto perché sul campo non mi darà mai un rigore. Con lui ho sempre perso o pareggiato”. A Ricatti, attaccante argentino sbarcato in Irpinia, disse: “Prima ti tagli i capelli, poi parliamo di provini e ingaggi. All’Avellino non c’è stato mai posto per i capelloni. Hai un giorno di tempo e solo perché oggi è lunedì e i barbieri sono chiusi”. Si racconta incontrasse i procuratori dei calciatori con una pistola sul tavolo con la canna rivolta verso l’interlocutore. Un gesto istintivo, non voluto. La fondina gli dava fastidio.

Nel libro “Lo stalliere del Re, fatti e misfatti di 30 anni di calcio”, il procuratore Dario Canovi racconta un retroscena: Sibilia, nell’ottobre del 1980, portò ad Avellino Juary. Una volta il brasiliano andò a lamentarsi per il furto dell’auto e il presidente gliela fece ritrovare semplicemente informandosi se avesse parcheggiato dalla parte sinistra o destra della strada di Avellino.

Storiche le gaffe di Antonio Sibilia. Al tavolo di un ristorante, chiamò il cameriere e protestò: “Guagliò, ‘sto prosciutto sa di pesce!”. È il cameriere allibito risponde: “Ma presidente, è salmone!”. Una volta, gli dissero che bisognava comprare i guanti al portiere. Rispose: “No. O li compriamo a tutti o a nessuno”.

La più famosa, resa celebre anche da “Mai dire Gol” fu durante un’intervista. Sibilia racconta l’acquisto di Juary: Fummo andati in Brasile e comprammo Juary…”. Il giornalista lo corregge: “Presidente, siamo!“. Sibilia, incurante, continua: “Dicevo che fummo andati in Brasile e comprammo Juary…”. Il giornalista non si arrende: “Presidente, siamo!”. Al che Sibilia sbotta: Ma che sì venuto pure tu?“.