“Sono un giramondo ma qui sto bene e vorrei restare”.
Così Alessandro Diamanti, intervenuto dalle pagine de La Gazzetta dello Sport, ha fatto il punto sul suo futuro che, quasi sicuramente, sarà ancora con la maglia dell’Atalanta.
“Ho faticato un po’ all’inizio per trovare la condizione – ha detto ancora il fantasista, di proprietà del Guangzhou – ora sono prontissimo. Fino a dicembre 2016 sono del Guangzhou e il futuro non lo decido da solo: tocca a me convincere l’Atalanta a riscattarmi”.
E sull’esperienza in Cina, il giocatore classe ’83 ha aggiunto: “Quando Lippi se n’è andato, il Guangzhou ha dato a Scolari un progetto basato su giocatori brasiliani. Non rientravo più nei programmi e ho iniziato a girare. Lavezzi e Gervinho hanno solo anticipato ciò che presto sarà normale: la grande corsa per giocare in Cina. Il torneo è già a un buon livello e salirà ancora quando verrà cancellato il limite dei 4 stranieri in campo. L’impatto era stato buono sia per me sia per la famiglia. Ho visitato tanti Paesi. Non rinnego nulla. E non erano partitelle tra sprovveduti: si corre tanto, i cinesi li immaginiamo come piccoli e scarsi. Macché… Sono tecnici e ben messi fisicamente. Ho vinto un campionato e giocato la Champions asiatica. I problemi? Clima e trasferte lunghe”.
Da gennaio, Diamanti è approdato all’Atalanta: “Sì la cara vecchia Serie A: la Juve che vince, le polemiche, eppure tatticamente rimane il torneo più difficile, dire che è brutta è un pregiudizio. A Bergamo ero già stato ai tempi dell’AlbinoLeffe. Qui mi sono integrato subito nello spogliatoio. Penso di poter dare tanto. Bologna? Lì ho casa e ho vissuto tre stagioni indimenticabili. Una istantanea? All’Olimpico, nel settembre 2012, con la Roma perdevamo 2-0 a fine primo tempo e poi ribaltammo il risultato anche con un mio gol: al ritorno trovammo una marea di tifosi ad aspettarci. Il trasferimento in Cina in pratica fu la salvezza della società: gli stipendi non arrivavano da 4 mesi, i conti furono sistemati e in qualche modo si evitò che Bologna fallisse come altre realtà. E credo che questo abbia anche contribuito a far sì che successivamente altri imprenditori puntassero sul club. Domani sarà una battaglia ma non abbiamo alternative. Ci serve una vittoria”.
Chiusura affidata al capitolo Nazionale e ai social: “Non porto rancore anche se avevo fatto parte di quel gruppo per tre anni. La Nazionale è un sogno: io ci spero sempre. Odio i social. Ho un profilo Instagram dove talvolta posto le foto dei bimbi ma nulla più: non mi piace fare commenti né leggerli sulla mia vita. Fino a 4 anni fa avevo un cellulare che consentiva solo di chiamare e inviare messaggi, ora ho l’Iphone su insistenza di mia moglie ma basta e avanza. E’ una scelta di vita”.