Cessione Milan, Fininvest rispedisce al mittente le accuse de L’Espresso: “infamanti quanto infondate”

La società di Berlusconi risponde duramente a quanto pubblicato dalla rivista L'Espresso in edicola oggi

Dura risposta di Fininvest a L’Espresso che nel numero oggi in edicola ha gettato un’ombra sulla trattativa tra Berlusconi e mr Bee riguardante la cessione del Milan: “L’odierna razione di spazzatura de L’Espresso, che si affida a risibili coincidenze per lanciare insinuazioni tanto infamanti quanto infondate, non merita neppure commenti. Se ne occuperanno i nostri legali”.

La rivista di Carlo De Benedetti ha sollevato alcune perplessità in merito ai consulenti di cui si sta servendo Bee Thaechaubol per portare avanti la trattativa con il Milan. Secondo la rivista, questi sarebbero delle vecchie conoscenze della Fininvest stessa che però rispedisce le accuse al mittente. Nello specifico si tratterebbe di Gerardo Segat, Paolo Di Filippo e Andrea Baroni, fondatori della società di Lugano Tax & Finance.

La vicenda in questione risale al 1996, quando i magistrati di Milano alzarono per la prima volta il velo sulla rete di società off shore del sistema Fininvest. Ebbene, a quell’epoca, i tre professionisti della Tax & Finance lavoravano per il gruppo finanziario inglese che amministrava quel network di sigle estere intestatarie di conti bancari segreti. Proprio la scoperta di quelle società cassaforte è costata all’ex presidente del consiglio, nel 2013, la condanna definitiva per frode fiscale e la decadenza da parlamentare. Alla perquisizione a Londra era sicuramente presente Baroni, che è citato anche nelle sentenze. La sentenza definitiva dello stesso caso giudiziario spiega che durante quella movimentata perquisizione, come ricostruisce l’Espresso, alla polizia inglese furono nascosti i fascicoli sulle offshore personali di Berlusconi. Società-cassaforte scoperte dai magistrati solo dieci anni più tardi, proprio con l’indagine sui diritti tv di Mediaset. Quelle offshore, come hanno poi accertato i giudici, custodivano più di 300 milioni di dollari, accumulati su conti esteri mai dichiarati al fisco.