COMPLEANNO TORINO – Oggi in casa Torino non è un giorno come tutti gli altri, visto che il club granata spegne ben 110 candeline una dopo l’altra. Una lunga storia fatta di gioie e dolori, che ‘La Gazzetta dello Sport’ ha voluto ripercorrere nel suo approfondimento dedicato alla ricorrenza. La società venne fondata il 3 dicembre 1906, quando il Football Club Torinese e alcuni dissidenti juventini si saldarono nel Torino. Fu subito leggenda: Vittorio Pozzo allenatore, i fenomeni Libonatti e Baloncieri, lo scudetto revocato (1927) e quello vinto (1928). Arrivando al secondo dopoguerra, non si può non ricordare la tragedia di Superga del 1949. Era questa la formazione del Grande Torino, scomparso a Superga nella sciagura aerea del 4 maggio del 1949: Bacigalupo, Ballarin, Maroso (pausa), Grezar, Rigamonti, Castigliano (pausa), Menti, Loik, Gabetto (pausa), Mazzola, Ossola. Superga è una mazzata che travalica ogni frontiera di tifo, stordisce tutto il Paese, ne soffoca la speranza di rinascita. Annientata una squadra formidabile, capace di vincere quattro scudetti di fila, oltre a quello del 1943: una formazione che, trapiantata in azzurro, avrebbe goduto di abbondanti possibilità di successo al Mondiale del 1950 in Brasile. Negli anni Cinquanta, nel periodo della riemersione da Superga, il Toro ingaggia l’allora 27enne Enzo Bearzot, centromediano friulano. Bearzot rimane granata quasi per un decennio, dal 1954 al 1964, con la parentesi del ritorno all’Inter per una stagione, nel 1956-57. Sono anni difficili, in cui il club si fa chiamare Torino Talmone per questioni di sponsor, e sulla maglia campeggia una grande T.
COMPLEANNO TORINO – Poi la Gazzetta ricorda Gigi Meroni, soprannominato George Best poco prima di Best, artista della fascia, ala che flirta con la linea laterale e dribbla torme di terzini, libero pensatore: si mette con una donna sposata – che scandalo, nell’Italia perbenista di allora –, veste come gli va, scrive poesie, dipinge e gira con gallina al guinzaglio. Farfalla granata per tre stagioni e spiccioli, muore in una sera d’ottobre del 1967: lo investe un’auto guidata da Attilio Romero, futuro presidente torinista. Gli anni settanta sono anni brutti, di rivoluzioni armate, per fortuna abortite, e nello stesso tempo anni belli, di fermenti e miglioramenti sociali. Nel calcio, e nel cuore del decennio, due squadre spezzano la dittatura della Juve. La prima è la Lazio, con lo scudetto del ‘74, e quella biancoceleste assomiglia a una rivolta di destra, non è un mistero che molti dei giocatori di Maestrelli bazzichino ambienti vicini al Msi. La seconda è il Torino, con lo scudetto del ‘76, e questa è un’insurrezione di sinistra, sebbene in città la classe operaia sia a maggioranza juventina, per via dei tanti lavoratori Fiat tifosi bianconeri. La maglia rosso granata, la contrapposizione all’ordine costituito, rappresentato dall’impero degli Agnelli: il Toro si ribella.
COMPLEANNO TORINO – Gigi Radice, l’allenatore del Torino ‘76, rielabora i precetti del calcio olandese, pressing e sovrapposizioni, come si chiamavano allora gli inserimenti. Ventisette anni dopo Superga, i tifosi granata imparano a memoria un’altra formazione: Castellini, Santin, Salvadori (pausa) Patrizio Sala, Mozzini, Caporale (pausa), Sala, Pecci, Graziani (pausa), Zaccarelli, Pulici. Diversi i giocatori «plus»: Castellini portiere giaguaro; Caporale libero a modo suo; Pecci la mente; Claudio Sala il Poeta; l’elegante Zaccarelli; e i gemelli del gol, Graziani e Pulici, quest’ultimo clone torinista di Gigi Riva e soprannominato «Puliciclone». E così si arriva agli anni novanta con Emiliano Mondonico allenatore, che la Gazzetta ricorda per la sedia alzata al cielo di Amstedam, in una sera del 1992, gesto di protesta per la mancata assegnazione di un rigore. Ajax-Torino, ritorno della finale di Coppa Uefa: finisce 0-0 e il trofeo va agli olandesi per il 2-2 nell’andata al Delle Alpi. Ed infine, tornando ai nostri giorni, non si può non parlare delle prestazioni del miglior centravanti italiano del momento, Andrea Belotti, detto il Gallo, per via della sua esultanza da pennuto con la cresta. Belotti in campionato ha trascinato in alto la squadra di Mihajlovic, e in Nazionale ha risolto diverse grane a Ventura. Insomma, una grande storia da raccontare di generazione in generazione.