C’era una volta il “futebol bailado”, c’erano una volta Rivaldo, Ronaldo, Kakà e Ronaldinho, c’era certo anche una difesa un po’ naif ma alla fine basta fare un gol in più degli avversari. C’era insomma il Brasile vero, spettacolo e dribbling, che esaltava la torcida e faceva stropicciare gli occhi anche agli osservatori neutrali. C’era una volta e ora non c’è più. A pensarci bene, non c’è da un bel po’. Perché l’ultimo bel Brasile che si ricordi risale al 2002, l’anno del Mondiale nippo-coreano vinto con il Fenomeno in attacco e Scolari in panchina: 13 anni dopo il Brasile si è ‘europeizzato’, si è quindi snaturato e soprattutto – eccezion fatta per Neymar – non sforna più fuoriclasse.
Il Brasile battuto ai rigori dal Paraguay e fuori dalla Coppa America già ai quarti paga ancora una volta limiti tecnici e caratteriali: il gioco non c’è perché non c’è un regista vero, perché l’attacco non punge senza Neymar e perché Firmino non è (ancora) all’altezza nonostante il Liverpool lo abbia appena pagato 40 milioni. In un contesto così povero non basta indossare la maglia verdeoro per superare gli ostacoli, anche se di fronte hai un Paraguay rianimato sì da Ramon Diaz ma che aveva concluso all’ultimo posto il girone di qualificazione ai Mondiali del 2014. E allora è possibile immaginare che in Russia, tra tre anni, la Seleçao non ci sarà? Una bestemmia calcistica. Oppure no, perché la stampa brasiliana dopo lo shock di Concepcion si interroga proprio su questo.
La Coppa America ha dimostrato che il Brasile è allo stesso livello, se non più basso, di diversi avversari, e ha problemi gravi. Ha battuto in rimonta il Perù (che però ora è in semifinale), ha perso con la Colombia (eliminata ai rigori dall’Argentina) e ha superato un Venezuela in crescita prima di essere eliminato dal Paraguay. Non ha dimostrato, in ogni caso, particolari segni di superiorità in nessuna partita, con Neymar o senza. E le altre rivali? Il Cile e l’Argentina, al momento, sono una spanna sopra; l’Uruguay non ha brillato ma con il ritorno di Luis Suarez fa paura; persino l’Ecuador e la Bolivia hanno a disposizione una generazione di giovani che può crescere e regalare soddisfazioni. Carlos Dunga, chiamato a risollevare le sorti della Seleçao dopo l’1-7 con la Germania, l’ormai celebre Mineirazo, non è riuscito – per demeriti suoi ma non solo – a imporre il cambio di marcia. Non era (solo) colpa di Scolari prima, non è (solo) colpa sua adesso: il materiale umano a disposizione è quello che è, però adesso deve cercare di inserire ‘sangue’ nuovo con gente come Lucas Moura, il laziale Felipe Anderson o Rafinha, dare continuità a Willian e Oscar ma soprattutto trovare un vero centravanti.
La “Neymardependencia”, come la chiamano da quelle parti, è una realtà impossibile da sconfessare. Coutinho, il ‘vecchio’ Robinho e il già citato Firmino non possono reggere il peso della storia. E se anche mostri sacri come Thiago Silva tradiscono allora è dura. Del vecchio Brasile si sono perse le tracce da tempo e non è solo una questione di trofei: perché negli ultimi 13 anni la Seleçao ha portato a casa due edizioni della Coppa America (2004 e 2007) e altrettante della Confederations Cup. Ma non nel ‘suo’ modo. E ai Mondiali la Seleçao aveva perso il suo ruolo da protagonista già nel 2006 (fuori con la Francia ai quarti) e nel 2010 (eliminata dall’Olanda, sempre ai quarti). Da allora, il Brasile ha giocato soltanto 15 match in competizioni ufficiali dal momento che non doveva qualificarsi per i Mondiali del 2014 che ospitava e ha vinto soltanto 6 volte. Il Brasile ormai è un malato cronico.