“Al Barcellona giocavamo a memoria, alla Juve diverso, e’ la nostra mentalita’ di gruppo che ci ha portato alla finale di Champions. Quando arriva il fischio iniziale, semplicemente troviamo un modo di vincere. Vincere alla Juve non e’ solo un obiettivo ma un’ossessione, non ci sono scuse”. Dani Alves, a due giorni dalla finale di Champions League, si racconta sulle pagine di “The Players’ Tribune”, dagli inizi di carriera fino all’approdo in bianconero. L’ex blaugrana si perde fra i ricordi, da Messi (“faceva cose con la palla al piede che vanno oltre la logica”) a Guardiola (“un genio, ti diceva esattamente come sarebbe andata una partita prima che si giocasse”) e rivela anche di aver festeggiato quando il Barcellona ha compiuto l’incredibile rimonta in Champions sul Psg: “come qualsiasi tifoso sono impazzito perche’ la verita’ e’ che ho ancora il Barcellona nel mio sangue. La dirigenza mi ha mancato di rispetto? Assolutamente. Ma non puoi giocare per un club per otto anni, vincere tutto quello che abbiamo vinto e non conservarlo nel cuore per sempre. Ma prima di andare alla Juve feci una promessa alla dirigenza: ‘vi manchero”. Non come giocatore ma in termini di spirito, di cura dello spogliatoio, di ogni goccia di sangue che ho dato ogni volta per la maglia”. “Prima di affrontare i migliori attaccanti al mondo, Messi, Neymar, Cristiano, studio i loro punti di forza e di debolezza e poi penso a come attaccarli – rivela – Il mio obiettivo e’ mostrare al mondo che Dani Alves e’ allo stesso livello. Non voglio essere invisibile, voglio il palcoscenico. E anche a 34 anni e dopo 34 trofei, sento ancora di doverlo dimostrare ogni volta”.

E in bianconero si e’ rimesso in discussione. “Quando sono andato alla Juve, era come lasciare di nuovo casa e frequentare una nuova scuola – racconta Dani Alves – In tutta la mia vita ho amato attaccare e ora mi trovavo in un posto dove la difesa conta piu’ di tutto. Ancora una volta ero il cane nel cortile che fissava una recinzione invisibile. Dovevo andare via? No. A inizio stagione ho voluto assicurarmi che i giocatori della Juve capissero che rispettavo la loro filosofia e la loro storia e una volta ottenuto il loro rispetto, ho provato a mostrare anche i miei punti di forza. Un giorno ho guardato la linea di meta’ campo e mi sono detto: vado? Ora. Attaccare, attaccare, attaccare. (E, ok, magari difendere un po’, o Buffon mi sgrida)”. “A volte – aggiunge – penso che la vita sia un circolo, non riesco a sbarazzarmi di questi argentini. Al Barèa avevo Messi, alla Juve Dybala. I geni mi seguono dovunque, lo giuro. In allenamento un giorno ho visto qualcosa in Dybala che ho visto prima in Messi. Non e’ solo il dono del talento puro ma quel dono combinato con la voglia di conquistare il mondo”. (ITALPRESS).
