Che fine ha fatto il Brasile? Dov’è quella nazionale piena di talento ed estro che ha fatto la storia del calcio? Adesso quella verdeoro è una squadra con poca qualità, per nulla entusiasmante, vittima di un non gioco che è alla base di tutti i fallimenti collezionati negli ultimi tempi. Tutto iniziò al Mondiale casalingo del 2014 quando la compagine allora guidata da Scolari fu eliminata in semifinale dalla Germania con un tremendo 7-1, passato alla storia come una vera e propria disgrazia sportiva. E non tanto meglio è andata nella Copa America del 2015, con i brasiliani eliminati ai quarti di finale, dopo i calci di rigore, dal Paraguay.
La decisione, presa dalla Federcalcio locale nel luglio del 2015, di affidare la panchina a Dunga doveva essere il primo passo verso la ricostruzione del Brasile. Così non è stato e l’eliminazione al primo turno della Copa America del centenario arrivata ieri dopo la sconfitta con il Perù fa sprofondare nello sconforto un intero paese. Ancora una volta. Aldilà dell’episodio arbitrale che ha deciso il match (goal di mano di Ruidiaz), i verdeoro hanno esibito un gioco troppo moderato e poco votato alla ricerca di qualcosa di più di un semplice pareggio. Insomma, Dunga ha le sue enormi responsabilità nell’impronta anonima che ha scelto di dare al match.
Ma le colpe dell’ex calciatore di Pisa e Fiorentina partono da più lontano. Partono, innanzitutto, dalle convocazioni fatte alla vigilia della competizione. Ormai da un anno Dunga ha follemente deciso di escludere dai giochi Thiago Silva. Già, uno dei migliori difensori del mondo è stato esautorato senza apparente e reale motivazione. E non che abbondino i fenomeni nella retroguardia brasiliana, escluso Miranda che, comunque, pur bravo quanto sia non è certo superiore al calciatore del Paris Saint Germain. Anche la scelte di lasciare a casa due laterali mancini del calibro di Marcelo ed Alex Sandro non risponde ad alcuna logica tecnica o tattica. Lo stesso Fernandinho avrebbe aggiunto linfa ad un centrocampo abbastanza statico e tre elementi magari discontinui ma dotati di grande qualità come Felipe Anderson, Roberto Firmino ed Oscar avrebbero potuto, in questo contesto, rendersi assai utili.
A parziale attenuante di Dunga vanno citati i numerosi infortuni che lo hanno costretto a rinunciare, prima del via, a vari elementi tra cui David Luizi, Rafinha, Kakà e Douglas Costa. Troppo poco, però, per considerare ciò la causa principale del fallimento brasiliano. Vero è anche che è mancato alla Seleçao una prima punta dai goal pesanti ma anche questo fattore non può essere sufficiente a giustificare il tutto. Certo, Neymar è stato sacrificato in modo tale da consentirgli di partecipare alle Olimpiadi di Rio e questo è già elemento che pesa di più. Tuttavia non si può non sostenere che sia Dunga il grande responsabile della debacle brasiliana, una sorta di esecutore materiale del terzo fallimento consecutivo. La sua arroganza nello stilare le convocazioni ed suo gioco sterile impresso alla squadra hanno nuociuto pesantemente alla spedizione statunitense. Una concomitanza di altri fattori, di cui abbiamo già detto, ha fatto il resto. E intanto in Brasile ciò che era un’eccezione sta diventando la regola: i fallimenti calcistici iniziano ad essere troppi. E i tempi di Ronaldo, Ronaldinho e Rivaldo sono sempre più lontani…