Dietro il personaggio divertente e spiritoso di Massimo Ferrero presidente della Sampdoria, un romano che ha avuto successo nel cinema, ama il calcio ed è il patron di una squadra ligure, c’è la storia di una persona che da ragazzino ha sofferto il carcere minorile e le sue brutture, e che ha la capacità di raccontarlo in un modo leggero che sembra quasi una storiella. Nel libro ‘Una vita al Massimo’ (editore Rizzoli, in uscita domani) Ferrero dedica un capitolo a una vicenda che pochi conoscevano: sei mesi nel carcere minorile di Porta Portese a Roma. Aveva 14 anni. Intorno a lui bande di malandrini veri e finti. Uno lo prese di mira. Ci sono paura e ironia nel racconto di Ferrero alle prese con i bulli del carcere e con quelli che lui chiama “due energumeni (dis)educatori”, cioè le persone che avrebbero dovuto guidare il percorso di rieducazione e invece menavano, e si voltavano dall’altra parte quando i ragazzi si menavano fra di loro, e conoscevano solo le maniere brusche con quei giovani che già avevano cominciato a perdersi. Ferrero è grato a quell’esperienza, gli ha consentito di conoscere il mondo e, anche grazie a una madre straordinaria, ha trovato la forza di risalire la china.
Nei giorni di carcere Massimino, come lo chiamavano perchè piccolo di statura, sperimenta il suo amore per la recitazione, per la realtà che si trasforma in finzione e viceversa. Lui dietro le sbarre recita un ruolo. Soffre la costrizione, ma se ne estranea, come riguardasse un altro. Il bulletto che l’ha preso di mira, alla fine riesce a menargli, ma lui non soccombe moralmente, anzi suscita rispetto e curiosità, finisce pure in isolamento, ma gli altri piccoli malandrini lo cercano, gli chiedono, vogliono sapere di lui, e lui li snobba, li guarda dall’alto. E’ un personaggio sui generis Ferrero, imprevedibile fin dai tempi del carcere. “C’erano tanti brutti ceffi in giro, ragazzi senza scrupoli, più grandi di me. Erano abituati a quell’ambiente. Quando arrivavano a 18 anni venivano trasferiti a Regina Coeli” racconta Ferrero, rievocando il suo orgoglioso, benchè non sempre efficace, tentativo di difendersi dalle angherie. Lui solo contro tutti. E poi l’attesa infinita del giudice, l’interrogatorio. E le visite di mamma, che arrivava con una stecca di sigarette, di quelle di contrabbando. Qualcuno aveva detto alla povera donna che a un carcerato si portano sempre le sigarette. Ma Massimo non fumava. E lui nel libro racconta del siparietto con questa donna sofferente e tenace, che entra nel riformatorio portando le sigarette per un figlio che non le vuole. Imperdibile il dialogo finale fra i due: “i’A ma’, ma io non fumo. i’E chettefrega, Massimino. Devi iniziare. i’Ma mamma… i’Zitto ho detto, e fuma”.