Per Ivan Juric la stagione di esordio in Serie A alla guida del suo Genoa sta andando molto bene, con 11 punti conquistati in 6 partite (più la partita contro la Fiorentina da recuperare).
Ecco le sue parole durante un’intervista per Il Secolo XIX:
“Allenare mi stressa, ma mi rende felice, mentre giocare non mi manca per niente. Zero. E con i miei giocatori, fino all’esagerazione forse, verità. Dirsi tutto in faccia, anche le cose brutte. Per poterlo fare prima devono sapere che hai fiducia in loro, gli vuoi bene. È la base. Ed è ciò che mi ha insegnato la vita. Dopo l’ultima gara da calciatore in maglia rossoblù (16 maggio 2010), non ho mai più fatto neanche una partitina. I miei collaboratori vanno, tra amici, ma io no. Quando ho smesso ho avuto un rifiuto totale. Inoltre ho iniziato subito ad allenare. Magari è il nervoso che mi tiene magro, perché non è che stia attento a quel che mangio….
Allenare mi piace molto di più che giocare. È più impegnativo, hai più responsabilità, lavori di più, ma mi trovo meglio. Mi piace anche se si vive male: da calciatore non mi è mai successo di non dormire la notte, invece ora capita che ti svegli alle 4 di notte e cominci a pensare a come far male al Bologna, non chiudi più occhio. Nella vita privata hai un’assenza mentale, tua moglie ti parla e tu magari pensi a Gakpè… Ti stressi 24 ore su 24. Però ti dà tanto, è fantastico”.
“Cosa avrei fatto senza calcio? Non saprei. Nella mia famiglia sono tutti laureati, io a scuola andavo bene, magari avrei fatto il professore. Ma volevo il calcio. Finito il liceo, non ho fatto l’università. A 16 anni ho iniziato a guadagnare con il primo contratto e, come tutti i ragazzi di quell’età, volevo essere indipendente. Ho detto ai miei: non mi rompete, vivo qui, ma pago le bollette, i miei vestiti e così via. Non ho rinunciato a niente, ho fatto pure le mie cazzate, una vita piena. A Spalato si vive bene ora che si è convertita al turismo e si viveva bene anche in epoca comunista. Nemmeno posso dire d’aver fatto sacrifici, a scuola bene, allenamenti, la sera mi divertivo parecchio. Tutto così, semplice. Mia mamma non vedeva di buon occhio il calcio, lo considerava un po’ come un insulto per la famiglia. Ma i soldi mi permettevano di gestire la mia libertà, trovando i miei limiti”.