Radovanovic ha iniziato l’avventura con la maglia del Genoa ed adesso si candida ad essere protagonista anche nelle prossime stagioni. Il 24 maggio 1999, alle 20.25, l’Alleanza Atlantica inizia i bombardamenti sulla ex Jugoslavia. «Domenica scorsa è stato il ventesimo anniversario dall’inizio della guerra del Kosovo», racconta il centrocampista in un’intervista nell’edizione odierna de ‘La Gazzetta dello Sport’. «Voi capite cosa voglia dire? Se hai vissuto certe esperienze, e sei sopravvissuto, nella vita poi non ti spaventa più nulla, nè di sbagliare un passaggio, nè di fallire un tiro in porta. Di quel periodo ricordo che non si andava a scuola e avevo più tempo per giocare con gli amici in giardino a pallone. I raid colpivano soprattutto di notte, e quando iniziavano a suonare le sirene, ci rifugiavamo in cantina, sperando che i bombardamenti non colpissero il nostro palazzo. In una notte che mai dimenticherò, sono cadute anche le finestre. Poi, alle cinque della mattina successiva, la gente uscì in strada per festeggiare di essere scampata a quella tragedia».
Inevitabile un commento sul successo contro la Juve: «Una vittoria pesante. Siamo sino ad ora l’unica squadra d’Italia che ha preso quattro punti ai bianconeri. Da qui a fine stagione farò il tifo per loro sperando che non perda più in campionato, così noi rimarremmo gli unici ad avere centrato questa impresa. Le mis stagioni al Chievo, però, non si potranno mai dimenticare per quello che il club ha fatto per me, e viceversa. Sono cresciuto come uomo, le mie figlie sono nate a Verona, dove ho comprato anche casa».
«Qui ci sono giovani interessanti e di personalità. Altri, come il sottoscritto, Zukanovic, Criscito, Veloso e Pandev, cercheranno di trovare il giusto equilibrio per farli crescere».
«Papà, ex calciatore, ha fatto pure il direttore sportivo di una squadra vicino a Belgrado. Quando ero bambino, papà mi portava in un parco a tirare calci contro un punto particolare di un grande graffito disegnato dalla parete. Calciavo all’infinito, poi lui tornava dopo una settimana e verificava i miglioramenti, Se c’erano stati davvero, mi comprava un paio di scarpe da calcio».
Oggi si dice che lei dovrebbe cercare di andare di più al tiro. «L’obiettivo è quello, mi sto sforzando di riuscirci, e pure Prandelli mi stimola in questo senso. Anche se, in verità, il mio compito è più quello di proteggere la mia difesa. Ci proverò». Lei è conosciuto come «il turco». Come nasce questo soprannome? «Tutta colpa degli argentini… I primi a utilizzarlo furono Spolli, Izco e Castro. In quel periodo ero scuro di pelle e con una barba, diciamo così, molto… importante. Loro avevano iniziato a chiamarmi in questo modo, e ben presto tutto lo spogliatoio a Verona fece altrettanto… Ancora oggi quando sento Spolli lui è solito chiamarmi in questo modo. Un grande, il Flaco: non sono riuscito a incontrarlo qui al Genoa, ma ci sentiamo spesso. È un grande personaggio e un grande uomo».
Oggi la Primavera rossoblù prova a conquistare il terzo Viareggio della sua storia. «Anch’io giocai un anno questo torneo con il Partizan Belgrado. La ricordo come una splendida esperienza. Conosco bene i nostri ragazzi, spesso lavorano con noi in allenamento, e mi hanno sempre stupito per la loro professionalità. Spero che riescano a vincere, il Viareggio è una vetrina importante per la loro carriera futura». Ha ancora la speranza di tornare in nazionale? «L’avevo, ma in verità ormai non voglio più perdere energie mentali dietro a questa storia, preferisco concentrarmi soltanto sul mio club. Il gruppo è stato ringiovanito. E poi sono contento per Lazovic, che ha giocato due grandi gare».