Per Gigi Buffon quella che si sta per concludere è stata un’altra stagione da assoluto protagonista. n molte occasioni la Juventus è stata salvata dalle sue parate che sono valse molti punti, basti pensare al match contro il Milan dove il numero uno bianconero ha compiuto un paio di interventi miracolosi.
Intervistato dal ‘Corriere dello Sport’, Buffon ha voluto raccontare i progetti per il futuro con un primato da battere con la Nazionale, ovvero quello di disputare 6 fasi finali dei Mondiali: “Per i prossimi due anni io vorrei continuare a giocare come faccio oggi. – ha rivelato – Mi piacerebbe centrare il sesto Mondiale. Sarebbe un record storico. Il portiere del Messico Carbajal e Lothar Matthäus ne hanno disputati cinque. Poi farò le mie valutazioni. In base agli stimoli, alle situazioni e alle opportunità che si apriranno”.
“La qualità di un portiere – ha sostenuto Buffon – dev’essere in primo luogo la sicurezza che sai trasmettere agli altri, alla tua squadra. La devi trasmettere anche a prescindere da quella che hai davvero dentro di te. Anche se tu non sei sicuro devi far intendere agli altri che hai il controllo della situazione e che loro possono confidare su di te. Un portiere insicuro fa una squadra insicura. E poi serve solidità mentale. E’ la condizione per durare molto e sbagliare poco. Se ci pensa, tutti i grandi portieri hanno avuto carriere lunghe”.
Buffon nel 2018 potrebbe giocare un Mondiale all’età di 40 anni e con la fascia da capitano proprio come Dino Zoff: “Il capitano è un giocatore che mette a disposizione degli altri, specie dei più giovani , la sua esperienza e cerca il linguaggio giusto per dare contezza della responsabilità che si ha nell’indossare la maglia del proprio club e della nazionale. Bisogna essere riconosciuti e spendersi per i propri compagni”.
Ripercorrendo la sua carriera, il numero uno della Juventus ha ammesso: “Da ragazzo succedeva che mi tremassero le gambe. L’errore accadeva, ovviamente, e io lo somatizzavo e lo pativo. Non mi capitava spesso, per fortuna, ma questo rendeva tutto più difficile, come un improvviso corto circuito in un sistema che funziona bene”.
“L’errore più grave fu in una partita dell’Under 21 contro l’Inghilterra. – ha ricordato il portiere bianconero – Fu clamoroso, me lo cercai e me lo meritai. Perché la vita è giusta anche quando ti fa pagare gli errori”.
“E’ forse nella reazione all’errore che si vede per me la vera qualità di un numero uno. – ha affermato Buffon – La partita seguente, o persino nell’azione successiva all’errore, tu sei pervaso da remore e da indecisioni. Più sbagli più puoi sbagliare, perché può essere attaccata quella sicurezza della quale parlavo prima. Ma per me vale il contrario. Per me comincia proprio in quel momento una parte della sfida racchiusa nel mestiere più difficile del calcio. Essere nell’occhio del ciclone per me è uno stimolo. Devo dimostrare che, sbagliando, sono scivolato e non caduto. Che sono subito in piedi, per ricominciare”.
Il capitano della Nazionale e della Juventus ha poi indicato quali sono gli attaccanti più pericolosi che ha incontrato: “Quelli che mi hanno fatto soffrire di più sono stati Bobone Vieri nel momento del suo massimo fulgore e Ronaldo ‘Il Fenomeno’. Loro due mi toglievano il sonno…”.
Scegliendo invece la parata più bella, Buffon ha dichiarato: “La più bella? Forse quella su un colpo di testa di Inzaghi nella finale di Champions con il Milan, o una che feci in Nazionale con il Paraguay. Avevo diciannove anni”.
Il ricordo più bello della sua carriera è legato alla vittoria del Mondiale nel 2006: “Una gioia troppo grande da gestire per un essere umano, davvero. Quando la partita finì io avevo l’orgoglio di sapere che grazie al nostro lavoro, alla nostra fatica, agli sforzi che avevamo tutti fatto per anni in Italia tutti erano nelle strade. In quel momento, mentre sollevavamo la coppa in cielo, milioni di italiani erano felici, erano allegri, con il sorriso sul volto. E, per una volta, uniti”.
Infine facendo una parentesi sulla Juve, Buffon ricorda l’anno della Serie B nel 2006: “Allora fui contattato da squadre importanti. Ma decisi di restare alla Juve in primo luogo per riconoscenza. Un valore che sarebbe bene riportare a galla. E poi volevo dimostrare concretamente che i valori del calcio in cui credo potevano essere non solo declamati retoricamente ma praticati. Il calcio non è solo business, è anche sentimenti. Senza i secondi anche il primo muore, dovremmo saperlo. Io, per parte mia, ho cercato di dimostrarlo”.