Il calcio non si ferma. Mentre i principali protagonisti dello sport più amato al mondo invocano un freno per tutelare la propria salute psicofisica, il calendario calcistico è diventato un mostro insaziabile che si nutre di sponsor e diritti televisivi. Troppe le partite da giocare, troppi gli interessi in gioco. A pagarne le spese più ingenti sono gli atleti “contenuto” e i tifosi “consumatori”.
Calendario di calcio: perché si giocano 80 partite l’anno?
Il campionato nazionale, le competizioni europee, il Mondiale 2026 che scalda i motori e il più recente Mondiale per club: numeri alla mano, la stagione calcistica 2025/26 è una vera e propria maratona senza traguardo, un susseguirsi di incontri che può arrivare a impegnare i top player fino a 80 partite ufficiali in 350 giorni. Un ruolo di rilievo in questo aggravarsi del calendario lo ha avuto il nuovo Swiss Model della UEFA Champions League inaugurato nella stagione 2024/2025, sistema che sostituisce la classica fase a gironi con un’unica fase campionato che coinvolge tutte le squadre partecipanti. Nella fase campionato le squadre partecipanti (36, non più 32) giocano 8 partite contro 8 avversari, contro le 6 contro 3 avversari del vecchio formato, per poi passare alle qualificazioni e alla fase ad eliminazione diretta. La squadra che arriva in finale può arrivare, così, a giocare fino a 17 partite (15 se si qualifica già al termine della fase campionato). Lo scorso anno, poi, si è aggiunto il Mondiale per Club FIFA, vinto dal Chelsea, che ha impegnato i club partecipanti nei mesi di giugno e luglio, privando i giocatori del periodo di riposo estivo. Questo significativo aumento degli incontri ufficiali è il risultato di una profonda ristrutturazione delle competizioni operata negli scorsi anni da UEFA e FIFA. L’obiettivo è da una parte incrementare i ricavi commerciali sfruttando diritti televisivi e impegno degli sponsor, dall’altra offrire ai club più possibilità di guadagno così da contrastare eventuali minacce esterne. In particolare, negli ultimi anni gli equilibri erano stati rotti dal progetto Superlega, lanciato nel 2021 da numerosi e importanti club europei (Inter, Milan, Juventus, Atletico Madrid, Barcellona, Real Madrid, Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester City, Manchester United, Tottenham) come alternativa alla storica Champions League. Aumentati i guadagni e scongiurato il “rischio” Superlega (proprio lo scorso febbraio il Real Madrid, ultimo club rimasto all’interno del progetto, ha annunciato di aver raggiunto con UEFA e European Football Clubs un accordo per “il benessere del calcio europeo”), tuttavia, questo calendario sotto steroidi ha prodotto un altro risultato: l’aumento degli infortuni. Secondo il Men’s European Football Injury Index di Howden, nella stagione 2024/25 la Serie A ha registrato 858 stop per problemi fisici, dato in aumento del 24% rispetto alla stagione precedente. Non è andata meglio nelle altre leghe europee (cinque in totale quelle sotto esame del rapporto Howden), per un totale di 4.456 infortuni tra Premier League, Bundesliga, La Liga, Serie A e Ligue 1, con una frequenza di un infortunio ogni 92 minuti di gioco. A pagarne il prezzo sono in prima battuta proprio i club: gli oltre 4.000 infortuni, infatti, hanno avuto un costo di 676,14 milioni di euro di stipendi pagati a vuoto, ovvero per la gestione di giocatori indisponibili. Sul lungo termine, d’altro canto, a pagarne le conseguenze sono soprattutto i giocatori, in particolare i più giovani che, sempre secondo il rapporto, sono i più esposti (in Premier League, ad esempio, un attaccante U21 subisce un infortunio ogni 120 minuti di gioco competitivo). Gli infortuni più frequenti sono quelli muscolari (318 casi tra flessori – 37% -, adduttori – 23% -, quadricipiti – 19% -, e polpacci – 13%), seguiti dagli infortuni alle articolazioni e ai legamenti, in particolare la distorsione della caviglia e le lesioni al legamento crociato anteriore. Da non dimenticare, poi, gli effetti psicologici del sovraccarico, il cosiddetto “burnout dell’atleta”, che può portare a esaurimento emotivo, ansia da prestazione e “fear of re-injury” (o kinesiofobia), disturbi del sonno e social withdrawal, fino alla diminuzione delle funzioni cognitive. In poche parole: i giocatori sono stanchi. E, in ultima battuta, ne risente anche lo spettatore (non più tifoso) che vede più calcio, sì, ma giocato da atleti costantemente al limite del burnout fisico e mentale.
La rivolta della FIFPRO: i calciatori contro la FIFA
L’aumento degli incontri ha causato una vera e propria guerra dei calendari, esplosa alla fine del 2024 e non ancora sopita, una battaglia legale e sindacale senza precedenti che vede i calciatori e le leghe nazionali schierarsi contro i principali organi di governo del calcio mondiale. Il 14 ottobre del 2024 la FIFPRO Europe e le European Leagues (che includono Serie A, Premier League e LaLiga) hanno presentato un esposto alla Commissione UE contro la FIFA per abuso di posizione dominante, sostenendo che la FIFA agisce contemporaneamente come regolatore e organizzatore di competizioni, decidendo unilateralmente le date a proprio vantaggio commerciale. La protesta è stata sostenuta anche da molti top player e allenatori, come lo spagnolo Rodri in forza al Manchester City, il portiere del Liverpool Alisson, Ancelotti e Guardiola. La possibilità di uno “sciopero generale” ipotizzata da alcuni non si è realizzata ma le parti hanno continuato a mediare raggiungendo, nel luglio del 2025, un primo accordo nel contesto italiano per una maggiore flessibilità nel calendario di Serie A per le squadre impegnate nelle coppe.
L’atleta come cyborg: la mercificazione del corpo nel calcio moderno
Lo sfruttamento dell’atleta calciatore fa capo al più ampio fenomeno della mercificazione del corpo che colpisce, tra tutti, anche il settore sportivo. L’atleta e la sua fisicità vengono trasformati in un prodotto di consumo, un “contenuto” che privilegia l’estetica, lo spettacolo e il profitto economico a discapito del sacrificio, della disciplina e della libertà che quello stesso corpo dovrebbero rappresentare. Vengono meno i valori educativi e salutistici della pratica sportiva mentre il corpo viene ridotto a una “macchina” che deve performare (e le cui performance, poi, finiscono nel tritacarne dell’intelligenza artificiale). Uno dei principali rischi di questo trend è una selezione naturale forzata del calcio d’elite in cui solo gli atleti “superiori” riescono a sopravvivere. Conta la genetica, da una parte, ma anche le possibilità economiche degli atleti: chi si può permettere bio-hacking, camere iperbariche personali e staff medici privati può sperare di avere il corpo adatto per emergere, chi può contare “solo” sul suo talento, d’altro canto, potrebbe non avere le carte in regola per raggiungere quel livello di cyborg post-umano inarrivabile richiesto. Nella ricerca dell’ottimizzazione a scopi tecnici, poi, si aggiunge l’utilizzo del corpo come veicolo mediatico e pubblicitario: il calciatore deve produrre intrattenimento in modo costante cosicché sponsor, piattaforme TV e di scommesse possano guadagnare. Alle capacità fisiche e tecniche, dunque, si aggiunge, in ultima battuta, la capacità estetica di apparire.
Dal tifoso al consumatore: social network e l’era del “calcio spezzatino”
Come il calciatore diventa contenuto, allo stesso modo il tifoso si trasforma in mero consumatore. Gli stessi algoritmi che assorbono i numeri delle performance degli atleti sono incaricati di analizzare i consumi dello spettatore per poi trarne un guadagno economico. La partita così perde il suo valore di rito sociale, fulcro della rappresentazione e dell’identità calcistica, per trasformarsi in puro intrattenimento, viene meno il “desiderio” della partita che diventa rumore di fondo, uno show a cui assistere in modo quasi costante.
La passione lascia il posto all’assuefazione in un mercato talmente saturo da perdere significato. In questo anche i social network giocano il loro ruolo: il fitto calendario permette di produrre sempre più contenuti mordi e fuggi da pubblicare sui canali social, spezzoni, highlights, video non più lunghi di qualche decina di secondi, momenti virali. Tutto il resto non conta. L’obiettivo è riuscire a mantenere la sempre più fragile attenzione dell’utente, soprattutto di quelli più giovani, costantemente bombardati da contenuti digitali tra i quali “switchare”.

