Ilaria D’Amico racconta il dopo Italia-Svezia di Buffon: “era dilaniato, ecco cosa abbiamo fatto”

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“Gigi e’ preparato: da tanto immagina questo momento. Sa benissimo che nulla gli dara’ piu’ quell’adrenalina che gli ha regalato il suo mestiere. C’e’ pero’ tutta un’altra vita di cui ha molta fame. Ma so che per lui gli obiettivi sono fondamentali. Se oggi non gliene restassero, penso alla Champions League, avrebbe gia’ smesso di giocare”. Ilaria D’Amico, compagna del portiere della Juventus Buffon, ha raccontato a “F”, il settimanale femminile di Cairo Editore, la sua storia con il suo Gigi. La D’Amico ha raccontato in maniera minuziosa la serata critica del post Italia-Svezia, gara che ha condannato la Nazionale a saltare il Mondiale.

“Ero a San Siro con i figli. I minuti prima del fischio finale sono stati i peggiori: guardavo ormai solo Gigi e continuavo a pensare “questa sara’ una mazzata”… Il mutismo di quel viaggio di ritorno in macchina, non lo dimentichero’ mai. Gigi era un uomo dilaniato. L’unica cosa che puoi fare in quel momento e’ coccolare. Accudire. Lasciare che ci sia un silenzio dove pero’ c’e’ una carezza costante. Il giorno dopo l’ho portato a pranzo in una cascina fuori Milano: non c’era praticamente nessuno. Noi che di carattere siamo chiacchieroni, abbiamo scambiato si’ e no tre parole, poi abbiamo vagato senza meta nei campi dietro la Martesana”. Ma non è tutto, il racconto prosegue: “Io ho continuato a piangere senza che lui mi vedesse, per come era sofferente. Il dolore di chi ami vorresti caricartelo sulle spalle e portarglielo via. Poi ti rendi conto che l’altro ha delle risorse molto piu’ grandi di quelle che pensi. Dopo le prime terribili 48 ore e’ ripartito. In quei momenti lo vedo fortissimo”.

LaPresse/Fabio Ferrari

Ilaria, racconta la sua attrazione verso Buffon: “Da adulta non sono mai stata attratta da uomini piu’ grandi. Gigi per me non e’ solo corpo ma un mondo di colori e sfumature meravigliose”. Il finale è sulla biografia di Buffon nella quale parla della sua depressione in età giovanile: “Le autobiografie bisognerebbe scriverle a fine carriera. Quel libro parlava di un ragazzo di 27 anni, non l’uomo che ho conosciuto e che ha fatto un lungo lavoro su se stesso”.