La nuova Italia di Mancini funziona: le mosse vincenti del Ct e il perché non si è investito prima sui giovani azzurri

La nuova Italia di Roberto Mancini funziona. Due partite di qualificazioni ad Euro 2020 e due vittorie. Certo affrontando Finlandia e Liechtenstein è il minimo che ci si potesse aspettare. E invece non era per nulla scontato. Ricordate cosa dicevamo dopo il sorteggio con la Svezia nel doppio spareggio per andare al Mondiale di Russia? Beh, la Svezia, tutto sommato ci è andata bene. E sappiamo tutti com’è finita, purtroppo. Pur in un girone J, piuttosto facile sulla carta, con Finlandia, Bosnia, Grecia, Armenia, Liechtenstein, il calcio ha dimostrato, anche a nostre spese, che non ci sono partite già segnate. Mancini ha fatto bene a tenere a freno gli entusiasmi e stasera la squadra ha fatto una grande prestazione, finendo in goleada. Segnare tanti gol non è storicamente il nostro pane, l’ultima volta che abbiamo fatto sei reti è stato nel 1993 contro Malta. Quinta partita senza subire gol e record dell’Italia di Lippi eguagliato. Ora speriamo di superarlo l’8 giugno in Grecia, in un test ben più probante. Tutte buone notizie per Mancini e i tifosi italiani. Il tecnico ha dimostrato di saper lavorare con i giovani, al contrario di quanto aveva dimostrato con i club allenati in carriera. La sua nazionale è giovane, entusiasta, spensierata, al contrario di ciò che storicamente siamo stati: fondati su giocatori esperti e che dovevano essere in grado di reggere il peso di una maglia pesante come quella azzurra.

Mancini ha dimostrato, nella sua ancor breve esperienza alla guida della Nazionale, di credere nei giovani, anche in chi non ha ancora giocato molto in campionato. E questo è un altro punto fondamentale a favore del Ct. Alcuni di questi ragazzi sono già dei titolari inamovibili: Donnarumma, Barella, Chiesa, Bernardeschi e lo stesso Kean. Il tema dei giovani che giocano poco in Italia è sempre stato d’attualità nel nostro Paese e alcuni selezionatori della nostra Nazionale si erano lamentati anche pesantemente, creando stage appositi per avere i calciatori per più tempo possibile a disposizione. Stage molto spesso inutili. Mancini, certo, non si è sottratto a questa catena di lamentele, ma l’attuale Ct azzurro, non si è pianto addosso e ha, invece, preso le redini in mano convocando anche gente che, a detta di molti, non aveva minutaggio o esperienza sufficiente per un approdo in Nazionale. A mancare, spesso, è la fiducia nei nostri giovani, nei ragazzi del vivaio, preferendo, invece, andare a trovare il fenomeno di turno in Paesi stranieri, spesso sudamericani. La moda di oggi è mandare i giovani della primavera in prestito a farsi le ossa, mentre in altri campionati, come la Liga, non si ha paura nel lanciare tra i grandi un ragazzino di 15-16 anni. Quanti dei giocatori che i club di Serie A mandano in prestito fanno ritorno alla base? Pochissimi, quasi nessuno. Eppure, ci sono delle eccezioni a tutto questo: vedi l’Atalanta, splendido esempio di come lanciare i talenti di una primavera florida e tra le migliori al mondo. Prestiti, panchine e carriere che si perdono nel tortuoso giro della provincia: così il calcio italiano rischia di bruciare la sua meglio gioventù.

Basterebbe guardare all’estero per trovare una prima soluzione: le seconde squadre e non come successo con la Juventus U23, progetto miseramente fallito, ma come succede in Germania, Spagna, persino in Olanda. Spinazzola, che oggi è nel giro della Nazionale, ci ha messo 6 anni a tornare alla Juventus, dopo prestiti e giri d’Italia. Dove sta intervenendo Mancini? C’è, per esempio una sinergia tra la Nazionale maggiore e le nazionali giovanili azzurre, in primis l’Under 21 di Gigi Di Biagio. Dopo anni in cui il nostro sistema sembrava fosse diventato incapace di sfornare calciatori di alto livello, il vento sembra essere finalmente cambiato ed a giovarne è tutto il movimento calcistico. Il futuro a medio termine è roseo per il calcio italiano. Sarà fondamentale però la collaborazione e la sintonia fra la Federazione e i club. E anche se i giovani stanno arrivando, bisogna avere stabilità sia nel settore giovanile che in Nazionale. Tutto questo grazie anche ai club che sono tornati ad investire sulla nostra gioventù. Lo dimostrano risultati come la finale del Torneo di Viareggio tutta italiana tra Genoa e Bologna, le nazionali Under 17 e Under 19 che hanno ottenuto la qualificazione ai rispettivi Europei.

Mancini ha comunque il merito di aver invertito una tendenza che ci vedeva giocare sempre allo stesso modo. Provare a vincere anche giocando malissimo, questo era il messaggio degli allenatori precedenti e della Federazione. Ora anche questo sembra essere alle spalle. L’attuale Nazionale non solo vince ma diverte e gioca bene. E i meriti di questo non possono che essere di Roberto Mancini. Anziché abbassare il baricentro, puntando sulla fase difensiva, lo ha alzato il più possibile, comandando una costante pressione in avanti. Se una volta eravamo conosciuti per la fase difensiva e il catenaccio, oggi stiamo provando a rifondare una Nazionale su un’altra filosofia, quella dello spettacolo, prima estranea al nostro calcio. Si pensi al centrocampo, composto da Jorginho, Verratti, Barella, Zaniolo, tutto fondato sulla pura classe, si pensi al tridente tecnico su cui sembra voler puntare il Ct, giocatori come Chiesa, Insigne, Bernardeschi, Kean. Non ci siamo dimenticati di Quagliarella. Il bomber blucerchiato è diventato il meno giovane, o se preferite il più anziano, a segnare un gol con la nostra Nazionale, a 36 anni e 54 giorni. Certo non si può contare sempre su di lui, anche perché tra due anni saranno 38 primavere, nonostante Quagliarella stesso abbia dichiarato a fine partita che non sente di essere vecchio, anzi. Immobile non sembra essere un punto fermo per Mancini, che in futuro potrebbe concedere altre possibilità a Balotelli. Certo non possiamo dire di avere la qualità di Spagna e Francia, ma ricordiamoci da dove sono partiti i Bleus per vincere un Mondiale. Ma con il giusto mix di esperienza e gioventù, Mancini può riportare l’Italia nei palcoscenici che merita, in primis all’Europeo e poi perché no a giocarcela con le migliori per rivivere emozioni come quelle delle notti del 2006, pensando alle quali i tifosi azzurri si entusiasmano e si commuovono tutt’oggi. Sperando di non dover tornare a chiederci perché se un talento nasce nella periferia di Salvador de Bahia, non può fiorire allo stesso modo anche in quella di Milano, Roma o Napoli.

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