Italia-Uruguay: nazioni unite dal destino, che hanno fatto la storia…

C’eravamo tanto amati: la storia (e non solo quella sportiva: da Garibaldi, che a Montevideo combatte’ e sposo’ Anita, in poi) sembra divertirsi ad intrecciare i destini di Italia e Uruguay, le due potenze calcistiche contraddistinte dalle sfumature del cielo, azzurro da una parte e celeste dall’altro. Martedi’ si giocheranno la qualificazione agli ottavi del mondiale, fratelli coltelli. Ma il rapporto calcistico nasce con il testimone di campione del mondo che per 20 anni e’ passato tra le due squadre: l’Uruguay a vincere il titolo nel 1930 in casa e nel 1950 al Maracanà, l’Italia che trionfa nel 1934 a Roma e nel 1938 in Francia. Ma in quei primi titoli vinti dagli azzurri e dalla Celeste, c’e’ molto merito reciproco: figli di italiani (ancora oggi sono il 40 per cento della popolazione) portarono l’Uruguay al successo, calciatori nati a Montevideo – ma con nomi e cognomi italiani – contribuirono alle affermazioni azzurre. Ideali vasi comunicanti, con un unico, comune denominatore: la vittoria. Il primo club italiano a dotarsi di uruguayani di prestigio fu il Bologna, che ingaggiò Michele Andreolo, uno dei più grandi centromediani metodisti della storia. Giocò dal 1935 al 1950 e nel 1938 fu il perno difensivo dell’Italia di Vittorio Pozzo che vinse a Parigi il suo secondo, consecutivo, titolo mondiale. Proverbiali i suoi lanci, capolavori di potenza e di precisione, così come i suoi micidiali calci piazzati. Nel ’38, sempre a Bologna, arrivò Hector Puricelli, centravanti insuperabile nel gioco aereo, tanto da essere ribattezzato ‘Testina d’oro’, prima di passare al Milan e di diventare allenatore in 12 squadre.

Quando l’Uruguay confezionò il leggendario ‘Maracanazo’ nel 1950, in Brasile, vincendo la sua seconda Rimet, i club italiani non restarono certo a guardare: furono Juan Alberto Schiaffino, detto “Pepe”, e Ghiggia i due protagonisti di quel successo, assieme a Maspoli e al granitico capitano Obdulio Varela: Schiaffino è stato un interno elegantissimo, Ghiggia una veloce ala. Schiaffino, accese la luce del gioco del Milan di Gipo Viani, arrivando a San Siro solo dopo i Mondiali svizzeri del ’54, a trent’anni: giocò in Italia per otto stagioni, le ultime due nella Roma. Ma giocò, da oriundo, anche in Nazionale, ispirando Gianni Rivera, che lo ricordava tantissimo nelle movenze. Ghiggia arrivò nella Roma all’alba del ’53 e vi rimase otto anni. Il declino dell’Uruguay coincise quasi con la chiusura delle frontiere calcistiche in Italia: alla riapertura si materializzarono altre figurine di calciatori uruguayani. I primi furono Jorge Caraballo, nel Pisa di Anconetani; Waldemar Victorino, protagonista del Mundialito 1981, a Cagliari; Ruben Paz, a Genova, sponda rossoblù. Con il passare degli anni il livello salì ed ecco arrivare Ruben Sosa, veloce attaccante di Lazio e Inter; Enzo Francescoli, elegante fantasista prima a Cagliari e poi nella Torino granata. L’Atalanta pescò il jolly, ingaggiando Paolo Montero, che successivamente diventò pilastro della difesa juventina. Daniel Fonseca tirava le punizioni come pochi e fece innamorare i tifosi di Cagliari e Roma: non segnava poi molto, ma offriva giocate di gran classe. Carlos ‘Pato’ Aguilera segnerà gol a grappoli nel Genoa, prima di finire coinvolto in una brutta storia di sfruttamento della prostituzione. Alvaro Recoba fece sognare gli interisti, poi salvo’ il Venezia di Zamparini e torno’ in nerazzurro, dove rimase però una splendida incompiuta. Ma il capitolo piu’ interessante della moderna era calcistica si configura proprio negli ultimi anni: a Palermo tra il 2007 e il 2009 arrivarono due ragazzi sconosciuti: Edinson Cavani e Abel Hernandez. il tempo affina le loro qualita’, indiscutbili, e li porta ad essere due “craque”, due campioni. Assieme a Fernando Muslera (ex Lazio), Walter Gargano (ex Napoli e oggi al Parma) e Alvaro Gonzalez (Lazio) cercheranno fare uscire di scena gli azzurri dal mondiale, mettendo in imbarazzo ognuno del milione e mezzo di cittadini uruguayani di origine italiana: nella migliore delle tradizioni dei fratelli coltelli.