Adesso tutti “scoprono” quant’è brutta la Juventus di Allegri: pioggia di critiche sul tecnico di Livorno dopo la sconfitta con il Napoli ieri sera allo Stadium, ma è semplicemente il risultato di una cultura calcistica aberrante. Quella tipicamente juventina secondo cui “il risultato è l’unica cosa che conta”. Sembra ieri quando Allegri arrivava a Vinovo per sostituire Conte e i tifosi erano imbufaliti: non ritenevano fosse il tecnico adatto a dare seguito a quella nuova stagione vincente, alzando ulteriormente l’asticella. Poi pian piano Allegri ha iniziato a vincere e i tifosi si sono ubriacati di quella che in casa Juve è “l’unica cosa che conta“, cioè il risultato, mettendosi i paraocchi su tutto il resto.

Eppure la Juve di Allegri oggi è un top club di livello internazionale. Il tecnico toscano in ogni reparto ha a disposizione top player che giocherebbero titolari in tutte le migliori squadre del mondo. Una squadra distante anni luce da quella di Antonio Conte che vinceva lo scudetto il primo anno con Borriello, Krasic, Estigarribia, Giaccherini, Pepe, Matri e Quagliarella, il secondo anno con Giovinco, De Ceglie e Caceres, infine per il terzo anno con Isla, Llorente e Ogbonna. E giocava persino meglio.

Allegri, invece, il primo anno ha avuto i regali Evra, Pereyra e Morata, il secondo anno il vero salto di qualità con top player internazionali e i giovani più talentuosi del campionato italiano (Cuadrado, Dybala, Khedira, Mandzukic, Alex Sandro e Rugani), l’anno scorso 4 big del clibro di Dani Alves, Benatia, Higuain, Pjanic e infine quest’anno Douglas Costa, Howedes, Matuidi, Bernardeschi, Betancur, Szczesny e De Sciglio.

Certo, in Italia Allegri ha vinto tutto tre scudetti e tre volte la Coppa Italia, ma con quest’organico era ampiamente scontato che dovesse vincere. Anzi, avrebbe dovuto stravincere. Tra questa Juve e tutte le altre, in Italia, c’è la stessa differenza abissale che in Francia separa il PSG dalle rivali e in Germania il Bayern da tutte le altre. Invece i bianconeri l’anno scorso in campionato hanno rischiato fino alla fine, da tre anni non vincono la Supercoppa (battuti dal Milan nel 2016 e dalla Lazio nel 2017) che quest’anno rischiano addirittura di non disputare qualora dovessero perdere lo Scudetto con il Napoli e la Coppa Italia nella finale contro il Milan.

E in Champions League sono arrivate due finali in cui i bianconeri sono usciti strapazzati. L’anno scorso ci sono arrivati agevolmente grazie ai sorteggi fortunati, battendo il Porto agli Ottavi e il Monaco in semifinale. Tanta fortuna anche nel 2015 beccando il Borussia agli Ottavi e il Monaco ai Quarti. Quando invece sono arrivate le big, la Juve è finita fuori nel 2016 agli Ottavi contro il Bayern (poi battuto dall’Atletico Madrid in semifinale) e quest’anno ai Quarti contro un Real non certo brillante come altre volte. Eppure con un organico così riteniamo che la Juventus la Champions avrebbe dovuto vincerla, almeno una volta. L’organico nel suo complesso, considerando il valore delle riserve, è sul podio d’Europa. E anche l’11 titolare si può considerare tra le migliori 5 del continente, almeno da un paio di stagioni.

Il problema vero è che Allegri non ha mai dato un’idea di gioco a questa Juventus, pur avendo fior fior di campioni. Quell’idea di gioco che Conte aveva ben chiara, e che il tecnico salentino ha portato con se’ in tutta la propria carriera. Allegri, invece, dopo aver devastato il Milan adesso rischia di lasciare la Juventus a “zero titoli” nell’anno in cui la società gli ha dato l’organico migliore per vincere tutto. Sarebbe un fallimento clamoroso ma non è certo colpa sua.

Fosse finita 0-0 ieri a Torino, tutti ad esaltarlo nell’ambiente juventino, a partire da tifosi e società. Eppure anche all’andata la Juve aveva subito lezioni di calcio dal Napoli vincendo al San Paolo di rapina. E’ la mentalità di Allegri: non giocare a calcio e affidarsi agli episodi contando sulla forza dei singoli. E’ la mentalità che meglio si sposa con la cultura juventina secondo cui “il risultato è l’unica cosa che conta“.

Quello che scriviamo non è una sorpresa: emerge in modo lampante dalle dichiarazioni dei diretti interessati. Marotta prima della partita di ieri sera ha candidamente ammesso che “A volte fatichiamo anche noi a leggere le partite di Allegri, come le imposta. Ma i risultati parlano a suo favore e non possiamo che fargli i complimenti“. Alla faccia del progetto tecnico. Inutile, quindi, scagliarsi adesso con Allegri: lui è questo, e fino a poche ore fa dalla proprietà all’ultimo tifoso nessuno si permetteva di remare contro. Tutti ad esaltarlo, perché “il risultato è l’unica cosa che conta“. Ma il risultato dipende da come lo raggiungi, ed è sempre relativo all’organico che hai a disposizione. Alzi la mano chi crede che Premier vinta da Ranieri con il Leicester valga quanto quella di Guardiola con il City.

Su CalcioWeb lo scriviamo da anni: se il calcio italiano ha vissuto un periodo buio di profonda crisi è proprio per quest’imbarazzante cultura del risultato. Nel 2018 siamo gli unici in cui ancora c’è il retaggio della difesa a tutti i costi.

Per fortuna le cose stanno cambiando grazie a maestri moderni e propositivi come Conte, Sarri, Di Francesco, Simone Inzaghi, Gasperini. E a società lungimiranti come Napoli e Lazio che sono un modello sa seguire: hanno deciso di dare priorità al progetto tecnico, consapevoli che i risultati sono la conseguenza.

E stanno iniziando a raccogliere i frutti di quello che hanno seminato negli ultimi anni. L’impressione è che sia solo l’inizio: nel calcio come nella vita, il merito paga sempre soprattutto sul lungo termine. Il colpo di fortuna puoi averlo una volta, due, tre. Nel caso della Juve puoi arrivare a quattro, cinque, sei. Ma alla fine tutti i nodi vengono al pettine. E adesso sarà molto difficile sbrogliarli.