In un’intervista a “The Players Tribune“, Kean parla di passato e presente, della sua infanzia e della sua scalata che lo ha portato ad esordire con la maglia della Juve. Raccoglieva soldi in ogni modo per giocarseli su un campo di asfalto nella sua Asti, qualche volta rubava il pallone a un prete, ora è una delle grandi speranze del nostro calcio. “La strada ti insegna molte cose, a essere uomo, a capire la realtà della vita e, nel bene e nel male, a quel che ti sta intorno – spiega lo juventino -. Ho sofferto abbastanza da bambino, non ho avuto un’infanzia come tutti gli altri ragazzi, già a 8 anni non era facile e quando vado all’allenamento penso sempre a quello che ho passato e questo mi aiuta ad aver fame tutti i giorni e ad andare avanti. Penso a quello che ho fatto e a quanto sono fortunato, ringrazio Dio ogni giorno per quello che ho”. “Il primo ricordo che ho del pallone è di quando ero ad Asti – racconta Kean -, giocavo in un oratorio, facevamo tornei, c’erano tante nazioni, ci sfidavamo in un campo in asfalto dove se cadevi ti facevi male, le partite erano intense e anche se ti facevi male ti dovevi alzare lo stesso. Mettevamo 10 euro a testa e avrei fatto di tutto per avere i soldi per giocare partite sei contro sei, chi vinceva portava a casa i soldi – spiega Kean -.
“Quando giochi a calcio in questo modo, impari a giocare con la fame. Impari che il calcio, come la vita, ha alti e bassi. A volte si segna nell’ultimo minuto di una partita e vinci 60 euro per la tua squadra. A volte no. Quando cresci così e poi ti alleni con Chiellini, uno come Giorgio non fa più tanta paura. In realtà non è proprio vero, ho ancora una cicatrice sulla caviglia quando ho provato a fare un gioco di prestigio su di lui in allenamento”.La vita di Kean è cambiata in fretta. “E’ cambiata quando ho esordito a 16 anni in Serie A, già da un po’ mi allenavo con la prima squadra, contro il Pescara il mister mi ha detto di scaldarmi, non ci credevo, a un certo punto sul 4-0 per noi il tempo stava per finire, mi giravo sempre verso Allegri sperando che mi facesse entrare, avevo un po’ perso le speranze e invece all’80° il mister mi ha fatto chiamare”. “Ancora adesso quando vado agli allenamenti e vedo un giocatore come Dybala penso ai ragazzi dell’oratorio, perché è da lì che tutto è cominciato”. Pur di giocare rubava i palloni a un prete: “Ogni volta che perdevamo un pallone, andavo all’oratorio, entravo nella stanza del prete, un brav’uomo che li teneva tutti in un cassetto, e ne prendevo uno. E ringrazio Dio ogni giorno che l’ho fatto”.