Dalle luci accecanti della Champions League ai polverosi campi di periferia, esiste un filo rosso che lega ogni latitudine del pallone: l’impossibilità di scindere il rito del tifo dalle sue derive più estreme. La passione organizzata e la violenza, nelle sue varie forme, non sono semplici contorni del match-day, ma elementi strutturali che respirano all’unisono con il gioco a tutti i livelli. Che si tratti di un derby d’alta classifica o di una sfida dilettantistica, il calcio resta forse l’unico teatro capace di trasformare il senso di appartenenza in una fede così viscerale da generare, inevitabilmente, zone d’ombra. Oggi, però, il confine fisico tra gradinata e campo si è smaterializzato: il conflitto non ha più bisogno di uno stadio per esistere, perché la tecnologia ha offerto alle pulsioni più radicali un nuovo, infinito campo di battaglia digitale che colpisce le organizzazioni e i singoli, come nei più recenti casi che hanno visto protagonisti Alessandro Bastoni e Hassane Kamara.
L’evoluzione digitale del tifo organizzato: dai gradoni al Web
L’innovazione tecnologica ha cambiato e sta cambiando il calcio per come lo conosciamo, è inutile negarlo: abbiamo visto come l’intelligenza artificiale si applica al calciomercato, come gli stadi si stiano trasformando in Big Data Hub, come il personal brand dei calciatori conti quanto e più il talento in campo. In molti di questi scenari abbiamo anche visto come i tifosi stiano lasciando il posto a utenti e consumatori ma sarebbe sbagliato pensare che, in questa rivoluzione tecnologica, gli stessi tifosi giochino solo un ruolo passivo: la tecnologia sta cambiando anche loro, anche e soprattutto quando si parla delle frange più estreme. Nell’era della digitalizzazione e dell’avvento delle nuove generazioni, anche il tifo organizzato si digitalizza dando il benvenuto a digital ultras e digital hooligans. I termini ultras e hooligans fanno ormai parte dell’immaginario calcistico classico, sebbene con alcune differenze. Gli ultras, più diffusi nei Paesi del Sud Europa come Italia e Spagna, sono gruppi strutturati, gerarchici e politicizzati che sostengono la squadra con tifo organizzato, coreografie “da curva” e trasferte, e le cui derive violente sono nella maggior parte dei casi eventi collaterali. Gli hooligans, invece, legati al contesto anglosassone, sono “firm” meno strutturati il cui obiettivo è lo scontro fisico con i tifosi rivali (come il “take the end” per scacciare i tifosi nemici all’interno dello stadio) o la polizia. Il fenomeno degli hooligans, nato tra gli anni ‘60 e ‘70, ha, nel tempo, assunto le caratteristiche di una vera e propria subcultura caratterizzata da un determinato abbigliamento, specifici gusti musicali (che ha poi influenzato, come nel caso del britpop degli Oasis o dell’indie alternativo degli Stone Roses) e spesso derive sociali come xenofobia e razzismo. Le stesse differenze tra ultras e hooligans si riflettono, oggi, anche nella digitalizzazione delle tifoserie in uno spettro che parte dalla collaborazione online alla violenza digitale.
Digital ultras: TAZ virtuali, NFT e la nuova identità dei tifosi
L’evoluzione digitale del tifo organizzato ha ridefinito radicalmente l’identità dell’ultras, trasportando i codici storici e la simbologia della curva in uno spazio virtuale globale. Oggi, il “tifoso digitale” non è più un semplice spettatore, ma un utente attivo che vive la partita attraverso l’interazione in tempo reale su piattaforme social come X e Instagram, dove statistiche avanzate (come gli expected goals) e frammenti video sostituiscono il racconto orale della gradinata. Questa trasformazione ha spinto i gruppi organizzati a evolversi in vere e proprie Zone Temporaneamente Autonome (TAZ) virtuali: spazi in cui nuovi linguaggi digitali preservano l’identità del collettivo, permettendo allo stesso tempo di annullare le distanze geografiche con una internazionalizzazione dei gemellaggi un tempo impensabile. Questa digitalizzazione ha, da un lato, trasformato i club in case di produzione multimediale introducendo nuove forme di collezionismo (dai fantasy games agli NFT), dall’altro ha alimentato una parziale fuga dagli stadi a favore del consumo mediatico. La digitalizzazione ha così spostato la difesa del territorio su un altro campo, non solo fisico ma anche virtuale, anche attraverso la protezione della propria identità digitale, rendendo l’uso di VPN e autenticazioni a due fattori i nuovi strumenti di resistenza del “cyber-militante” contro il controllo e la dispersione dei dati.
Digital gooligans e cyber-hooliganismo: la minaccia delle reti criptate
La stessa evoluzione digitale ha colpito anche il fenomeno degli hooligans trasformando il tifo violento, fenomeno storicamente legato allo scontro fisico e territoriale, in una complessa rete sotterranea che sfrutta i bit per eludere la sorveglianza. Se un tempo il potere si misurava con l’occupazione fisica del settore avversario e degli spazi urbani, oggi le moderne “firm” si muovono su piani virtuali, utilizzando piattaforme criptate come Signal e Telegram per coordinare scontri lontano dai radar delle autorità. Questa transizione ha dato vita al cyber-hooliganismo, una forma di violenza digitale caratterizzata da attacchi coordinati sui social media, trolling aggressivo e “flash mob distruttivi” che hanno come obiettivo l’umiliazione della tifoseria nemica. Parallelamente, la tecnologia ha cambiato anche il modo in cui le autorità rispondono alle azioni degli hooligans, incrementando sistemi di riconoscimento facciale biometrico negli stadi e intelligence digitale per intercettare i segnali di scontri pianificati online. Tuttavia, uno degli aspetti più preoccupanti del fenomeno evoluto degli hooligans riguarda l’associazionismo. Al contrario degli ultras, che da sempre hanno costruito rapporti di gemellaggio tra gruppi, gli hooligans sono sempre rimasti “gruppi” isolati. Oggi, tuttavia, si assiste a una osmosi tra tifosi violenti e crimine organizzato su scala transnazionale: le gerarchie e le competenze logistiche nate per la violenza da stadio vengono messe al servizio di traffici illeciti di droga e armi, rendendo gli hooligans digitali una minaccia che va ben oltre il perimetro del rettangolo di gioco.
Review Bombing e attacchi DDoS: le nuove armi della protesta digitale
Il cyber-hooliganismo è, come detto, caratterizzato da eventi estremi, dallo sfruttamento di piattaforme criptate per l’organizzazione di attacchi violenti ai DDoS (Distributed Denial of Service), attacchi hacker specifici il cui obiettivo è interrompere la trasmissione di eventi, l’accesso ai siti di ticketing o la fruizione di servizi online collegati alle partite con lo scopo di mandare in crash i siti ufficiali e le piattaforme di e-commerce dei club. I DDoS sono ormai molto frequenti in numerosi ambiti e colpiscono istituzioni ed eventi di tutti i tipi (lo scorso febbraio, ad esempio, il gruppo NoName057 ha colpito le Olimpiadi di Milano-Cortina). Un’altra espressione di violenza digitale diffusa è il Review Bombing, negli ultimi anni diventato la forma più efficace di attivismo digitale per il tifoso moderno, trasformandosi in un vero e proprio “razzo segnalatore” per manifestare malessere verso il sistema. Insomma, la “bomba carta” del nuovo millennio. Non più limitato ai videogiochi come EA SPORTS FC in un esempio estremo di cultura partecipativa, questo fenomeno di massa colpisce oggi il calcio reale su più fronti: dalle app di streaming come DAZN, sommerse di valutazioni negative in caso di disservizi o rincari, fino ai profili Google Business dei club, dove le sedi fisiche e i centri sportivi vengono “puniti” con migliaia di recensioni da una stella per contestare decisioni societarie o risultati deludenti. Si tratta di un’arma commerciale potente, utilizzata per attirare l’attenzione di colossi e proprietà che spesso ignorano i canali di reclamo tradizionali, che punta al cuore del calcio moderno: gli sponsor. Le big tech, come nel caso delle istituzioni, tuttavia, cercano di mettere un freno a questa guerriglia digitale: piattaforme come Google e Apple, ad esempio, intervengono sempre più spesso con algoritmi di pulizia per rimuovere milioni di recensioni coordinate, cercando di distinguere tra la reale esperienza d’uso del prodotto e il dissenso politico o emozionale dei tifosi-utenti.
Cyberbullismo tattico e Safeguarding: la difesa di club e calciatori
Infine, c’è un’ultima forma di violenza digitale che caratterizza il tifo moderno, forse la più insidiosa perché colpisce non solo i club ma anche i singoli attori del calcio e, soprattutto, quella che può inconsciamente avvicinare il semplice tifoso alle frange più estreme del tifo: il cyber-bullismo. Si parla di cyberbullismo tattico quando le tifoserie mettono in campo una strategia coordinata che utilizza l’odio digitale come arma per influenzare i risultati sul campo o le decisioni dei club o, a posteriori, per esprimere dissenso su performance e decisioni già intraprese. A differenza del bullismo generico, queste aggressioni seguono schemi precisi: dalla pressione psicologica pre-partita sui giocatori chiave al targeting spietato dopo errori decisivi, fino al “doxing”, la diffusione di dati privati di atleti, dirigenti e familiari. L’obiettivo è chiaro: isolare psicologicamente l’atleta per minarne la forma o forzare la mano alla società per esoneri e dimissioni attraverso campagne d’odio, spesso alimentate da bot. Questo tipo di azioni può portare i calciatori o gli altri protagonisti del calcio a chiudere i propri profili o ad abbandonare i club per tutelare la propria salute mentale e la sicurezza dei propri cari. Anche in questo caso, la deriva del fenomeno ha richiesto una risposta: ad esempio, si stanno diffondendo le figure dei Cyber-Stewards, analisti di dati e specialisti di cybersecurity che monitorano la rete h24 nel tentativo di arginare gli attacchi prima che diventino virali. FIFA e FIGC, poi, hanno implementato specifici servizi di safeguarding e filtri basati sull’AI come il Social Media Protection Service (SMPS), un programma nato per proteggere giocatori, allenatori, ufficiali di gara e squadre dagli abusi online, in particolare durante i grandi tornei internazionali. Si parla, infine, di Daspo Digitale, misura che avrebbe come obiettivo i comportamenti violenti, discriminatori o minacciosi tenuti dai tifosi sui social media e online, che tuttavia trova difficile applicazione poiché solleva dubbi sulla tutela della libertà di espressione e sul pericolo della censura. Se il cyberbullismo, infatti, è forse la forma più pericolosa di violenza online poiché colpisce non solo il club, figura astratta e collettiva, ma soprattutto il singolo, con le possibili conseguenze che abbiamo visto, esso tuttavia non è sempre riflesso di una pressione algoritmica studiata a tavolino ma, più semplicemente, una deriva della libertà di esprimere la propria opinione a cui il Web 2.0 prima e le piattaforme social dopo ci hanno abituato. Con la digitalizzazione del tifo, più o meno organizzato, più o meno violento, assistiamo infatti a un altro fenomeno: la distanza tra semplici tifosi (parte di gruppi ultras o no) e hooligans si sta assottigliando. Se abbiamo tutti accesso agli stessi strumenti, a fare la differenza è come li utilizziamo: il tifoso che dice la propria su un calcio di rigore fallito, magari utilizzando (sbagliando) un linguaggio poco diplomatico potrebbe suo malgrado ritrovarsi a far parte di una campagna denigratoria di cui non conosce l’entità e gli effetti.