Nel calcio giudicare è obbligo e diletto, ma anche arma che si può ritorcere contro. Soprattutto nel caso in cui lo si faccia, relativamente ad un giocatore, prima di vederlo all’opera, prima di poter avere l’insindacabile conforto del verdetto del campo da gioco. Ed è partendo da queste considerazioni che è doveroso parlare di Ricardo Kakà e Fernando Llorente. I due sono arrivati, in tempi e modi diversi, la scorsa estate, a dar manforte, rispettivamente, a Milan e Juventus. Neanche il tempo di ricevere il vestiario tecnico dai magazziniere dei propri club, che la mannaia dei giudici si è presto calata su entrambi. Del brasiliano si è detto che fosse rotto, finito e alla frutta, e che il suo arrivo al Milan avrebbe avuto il sapore del prepensionamento.
Giudizi di carattere diverso, ma sempre negativi, anche per lo spilungone giunto dalle terre basche: “Llorente è un bidone“, “Conte non lo vuole“, “Tanto alto quanto inutile“, “Buono solo a fare il modello“, giusto per riportare le frasi più usate per commentare l’arrivo dell’ex Athletic Bilbao. Così, entrambi hanno scelto la strada che da sempre prediligono: quella fatta di silenzio, di duro lavoro, di sacrificio in attesa del momento delle risposte. Risposte arrivate molto presto, ma senza urlare, sottovoce, sussurrate come ben si addice ai bravi ragazzi: risposte chiamate fatti, più eloquenti di qualunque parola, più efficaci di qualunque discorso. Le prestazioni sul campo come dolce vendetta personale, i goal da dedicare, con il sorriso, a chi aveva sentenziato l’inutilità dei due. Ed ecco che ci ritroviamo a parlare di un Kakà rigenerato, lontanissimo dalle tristezze di Madrid, in forma fisica smagliante e con doti da leadership ancora più imponenti di quelle vantate nel suo primo, dorato, periodo rossonero.
E che dire di Llorente: chi non lo avevai mai visto giocare pensava di trovarsi di fronte lo Jancker (e non ce ne voglia l’ex Udinese) di turno. Eppure al San Mames, storico catino dell’Athletic Bilbao, sua precedente squadra, sapevano chi era Llorente: un centravanti ultramoderno, devastante di testa, abile tecnicamente e capace di mettersi al servizio dei compagni. E, soprattutto, capacissimo di fare goal. E se oggi si legge del “Milan di Kakà” e della “Juve di Llorente“, se questi due calciatori, da presunte palle al piede, sono diventati stelle di prima classe non solo delle rispettive squadre ma dell’intera Serie A, bisogna prenderne atto ed applaudire i diretti interessati. E, magari, chiedere scusa per avere sentenziato con troppa fretta su questi due giocatori, così diversi tecnicamente tra di loro ma accomunati dall’essere stati in grado di dimostrare, sul campo da gioco, tutto ciò di cui sono capaci. Standing ovation e avanti così.