Montella a 360°: gli inizi in porta, il periodo alla Roma e il futuro

Vincenzo Montella si è raccontato parlando degli inizi di carriera da portiere, dell'esperienza con la Roma e della possibile chiamata della Nazionale

Vincenzo Montella si è raccontato in una lunga intervista al ‘Corriere dello Sport’ partendo dagli inizi: “Io ero tifoso del Milan e il mio mito era Van Basten“.

“Quando avevo tredici anni mi fecero partire per Empoli. Mia madre piangeva e ancora oggi non si perdona di averlo fatto, ma vollero che io potessi inseguire il mio sogno. E, grazie ai miei genitori, ho potuto toccarlo, quel sogno. Giocavo nella squadra del Castelcisterna, la formazione del mio paese. Ho cominciato in porta, non so perché. Mi ricordo la prima maglietta: era arancione. Allora non c’erano le mute degli sponsor. Si andava dal meno povero del paese per chiedere se comprava undici magliette. I pantaloni, lunghi o corti, li mettevamo noi. Ci deve essere qualche foto in giro, di quelle partite. Un giorno arrivò Silvano Bini che era il plenipotenziario dell’Empoli. Arrivò a casa e convinse i miei. Offrì, come garanzia, il fatto che con me ci sarebbe stato un altro ragazzo del paese, Caccia, che era più grande di me e abitava, con la famiglia, poco lontano da casa nostra. Questo rassicurò, un po’, i miei, e cominciò così il mio viaggio nel calcio”.

Già a 17 anni però ha cominciato a vivere di goal: “Ho iniziato con i giovanissimi. Poi ho debuttato in serie C a sedici anni e mezzo. L’anno dopo feci sette partite e quattro gol. Ma a diciott’anni cominciò il mio calvario. Mi fratturai il perone e mi ruppi i legamenti. Sei mesi fermo. Come se non bastasse mi venne una miocardite e per un anno non ebbi l’abilitazione per scendere in campo. Fu un periodo durissimo. Mi crollò il mondo. Avevo fatto tanta fatica e ora mi trovavo con un pugno di mosche. Il futuro mi sembrava buio come la notte. Poi la miocardite, come era arrivata, andò via, inspiegabilmente e improvvisamente. E la luce si riaccese”.

Poi l’esperienza con la Roma: “Con Francesco all’inizio non avevamo combinato molto, sul piano personale. Come si dice oggi non c’era “feeling”. Ma con il tempo è cresciuto invece un solido rapporto di stima e di amicizia. Siamo cresciuti entrambi. Da calciatore ha fatto cose immense, impensabili. Mi piacerebbe smettesse mentre è all’apice, come è ancora oggi. E quindi finché si diverte, e ora sembra proprio divertirsi, è giusto che continui”.

Montella spiega poi che se arrivasse la chiamata della Nazionale ci penserebbe: “Penso che per quel ruolo una dote fondamentale sia l’esperienza. Sa chi vedrei bene sulla panchina azzurra? Claudio Ranieri, uomo di equilibrio che ha visto e vissuto tanto calcio e ha dimostrato, non solo quest’anno, le sue qualità. Se mi chiamassero ci penserei, certamente. E passerei due notti insonni… Nelle grandi competizioni internazionali l’Italia alla fine c’è sempre. Nell’edizione a cui partecipai vivemmo la beffa della finale con la Francia. Non la dimentico. Io sono fiducioso. Anche perché stimo molto Conte”.

Infine il tecnico blucerchiato parla delle sue esperienze in panchina e del futuro: “Per me sono tutte belle, perché ho sempre imparato e sempre dato il massimo. Dovrei dirle che la più difficile della mia carriera è quella che sto vivendo ora con la mia Sampdoria. Invece è una esperienza più formativa delle altre. È chiaro che quando vinci dormi meglio. Ma, in verità, impari meno. Sono stato benissimo anche a Firenze, si vive bene in quella città. Abbiamo ottenuto ottimi risultati, superiori alle aspettative. Poi i programmi della dirigenza e mia non coincidevano. Capita. Io dovunque sono stato mi sono trovato bene. Futuro? Nel nostro mestiere, le sorprese possono arrivare da un momento all’altro. Per ora mi vedo alla Sampdoria”.