Ha portato freschezza, gioventù, mentalità più sbarazzina. Ben consapevole, anche, che peggio di com’è andata è difficile fare. Roberto Mancini ha ereditato una Nazionale spenta, svuotata, con poca autostima. Il compito, per ora riuscito, era quello di ricreare un clima di interesse intorno agli azzurri. Interessante l’intervista concessa alla Repubblica in cui parla di vari argomenti. Ecco le sue parole.
“Io voglio vincere subito, a 30 anni dalle ‘Notti Magiche’ sarebbe bello riproporre la canzone meravigliosa di Bennato e Nannini. L’Italia deve risollevarsi, deve fare innamorare di nuovo la gente, si sta rivivendo il dopo Corea 1966. Speriamo che le cose vadano altrettanto bene. All’Europeo, Francia e Belgio sono molto più avanti, ma noi possiamo giocarcela. Non è possibile creare 15 occasioni e non far gol, ma sul gioco siamo già abbastanza avanti e possono crescere in un anno e mezzo i 1999, 2000 e 2001. Se li chiamo, è perché credo nella meritocrazia. Da loro esigo qualità, esperienza, classe. Kean, Zaniolo, Tonali e Scamacca li ho visti all’Europeo U19, il talento lo riconosci subito“.
“Nazionale d’attacco? E’ la mia convinzione. Ho molti calciatori tecnici e devono giocare insieme, come Jorginho e Verratti: prima non succedeva mai. Il tocco di palla non deve mai essere un ‘dong’, che la spedisce chissà dove. Capiterà di perdere in contropiede perché attacchiamo sempre, ma allenarci insieme ci farà migliorare in fretta. La cura della fase difensiva non deve mancare, serve equilibrio: attaccare con tanti giocatori, ma recuperare palla in avanti. I difensori stanno in una zona insolita, ma il meccanismo dà molti vantaggi, se funziona bene. Il mio modulo di base è un 4-3-3, ma i giocatori tecnici consentono di tenere palla e fare salire i compagni. Vanno messe in conto le imperfezioni. Falso nueve? Non si danno riferimenti, nello spazio si attacca in tanti: per l’avversario è più difficile e tu hai più presenza nella zona della palla. Solo che abbiamo sbagliato una marea di occasioni con Portogallo e Polonia. A giugno avremo 7 giorni prima di Grecia e Bosnia: sfide fondamentali“.
“Come allenatore deve tanto ai tecnici del vivaio, dall’Aurora Jesi al Bologna. A Burgnich: mi ha fatto debuttare in A quando pensavo di giocare con gli Allievi. A Boskov ed Eriksson, diversi in tutto, ma la lezione più importante in 40 anni di calcio è che l’entusiasmo, in qualsiasi lavoro, è essenziale. Me lo porto dentro dal provino per il Bologna, a 13 anni. Col tempo ho aggiunto l’esperienza, per fare meno errori. Anche se gli errori ti fanno diventare più forte: quando perdi, in realtà non perdi quasi mai, impari qualcosa. Bearzot? Un’icona: se vinciamo il Mondiale, fumo la pipa. Mi ha fatto debuttare in azzurro. E mi spiegò che, se gli avessi chiesto scusa (lo punì per una gita notturna in ritiro con la Nazionale, ndr), mi avrebbe riconvocato. Ma io mi vergognavo: avevo fatto una cazzata, mi ero fatto prendere dall’atmosfera di New York. Me lo disse tante volte: ‘Sei un coglione, bastava chiedere scusa’. Il Ct una figura paterna? Essere padri aiuta in panchina. Balotelli ha l’età di mio figlio e io sono stato padre anche di Mario, tra Inter e City. Fuori dal campo mi ascoltava. In campo, meno: ‘Mi raccomando, sei gia’ ammonito’. Dopo un minuto, espulso. In un Europeo o in un Mondiale pesa di più. Balotelli ha possibilità, se tecnicamente gioca al 100% e pressa, difende, fa gol. Ma deve essere perfetto. Un tecnico bravo incide sui risultati al 50%. Le partite si vincono con i campioni, ma a un occhio esperto non sfugge se un allenatore sta lavorando bene“.