Premier League, le spese folli delle cosiddette “piccole”: stadi e diritti tv nel calcio del futuro

La differenza nella ripartizione dei proventi televisivi tra Serie A e Premier League, aiuta a comprendere le cause di una così abissale differenza qualitativa tra i due campionati

Proprio ieri il Bournemouth, squadra che al momento occupa il 14esimo posto in Premier League, si è assicurata le prestazioni di Juan Manuel Iturbe per circa 22 milioni di euro (prestito con diritto di riscatto).
Dove sarebbe la notizia? Una società che fino all’anno scorso militava nella Football League Championship (la Serie B inglese), può permettersi un investimento di questa portata, che per società nostrane come Carpi e Frosinone (due neopromosse esattamente come il Bournemouth) sarebbe pura fantascienza. Non è un mistero che la Premier League sia il campionato più ricco e seguito del mondo, in cui gli stadi sono ultra-moderni e lo spettacolo sugli spalti è bello da vedere quasi quanto quello del campo: ma cosa c’è di più?

La Premier, esattamente come la Serie A, trae i maggiori profitti dalla vendita di diritti televisivi, ma affronta la suddivisione dei profitti in maniera molto diversa: i diritti nazionali, così come la totalità dei diritti internazionali ed i cosiddetti ricavi commerciali centrali (merchandising), sono per il 50% ripartiti in parti uguali. Solo questo criterio garantisce 74,5 milioni di euro di ricavi all’anno per ogni club.  (Fonte: Calcio e Finanza)
Il 25% del totale viene assegnato in base al numero di volte in cui un match viene trasmesso in diretta. E’, questa, la cosiddetta Facility Fee, piuttosto rilevante se consideriamo che le gare trasmesse in televisione sono meno del 50% di quelle giocate.
La Lega assegna un minimo di 12 milioni di euro per le squadre con almeno 10 match trasmessi ed un milione di euro per ogni gara in più.
Il residuo 25% viene assegnato in base ai risultati, che come possiamo notare contano meno (1,7 milioni per ogni posizione guadagnata).

L’idea è quella di favorire chi parte svantaggiato, per garantire possibilità di nuovi investimenti ai piccoli club e favorire lo spettacolo: un modello che si ispira molto a quello della NBA, in cui la suddivisione degli introiti è ancor più eterogenea del campionato inglese.
In Serie A invece, squadre come Juventus, Inter, Milan, Napoli e Roma avendo un bacino d’utenza più largo, beneficiano del 50% degli introiti, mentre il restante 50 è destinato ad altre 15 squadre: il tutto a discapito della qualità del prodotto, che non permette alle cosiddette piccole di poter infastidire le grandi, salvo qualche caso sporadico (l’Udinese di Guidolin).

Due differenti modi di intendere il gioco e la vendita del prodotto, che hanno portato a risultati molto diversi: la Premier è riconosciuta universalmente come il più grande campionato calcistico del mondo, con stadi di proprietà e tantissimi investitori che fanno la fila per acquistare quote nei club, mentre la Serie A deve fare le guerre in Lega ogni anno per ottenere quello 0,1% in più dalla suddivisione dei diritti. Futuro contro passato, per uno scontro impari, sul campo e fuori.