Lo chiameranno il ‘ct che vive per vincere’ e considera la sconfitta una ‘morte apparente’. Pazienza se l’autodefinizione si trasformerà in un’ipoteca sul futuro, o un boomerang nel peggiore dei casi. Antonio Conte e’ questo, che alleni l’Arezzo o la nazionale, in B o agli Europei. Diretto, totalizzante, senza timore di passare per antipatico. Vittorie e polemiche, e’ l’intreccio inevitabile per l’ex calciatore che ha portato mattoni agli scudetti Juve tra ’91 e 2004 e l’ha ricostruita come allenatore dalle ceneri di Calciopoli. Un po’ per carattere, un po’ perchè le vittorie di uno non mettono mai d’accordo tutti. Leccese, sposato e con una figlia dal nome che e’ un programma, Vittoria, Conte arriva sulla panchina più ambita di Italia a 45 anni, da primo ct del sud e tra i più giovani allenatori azzurri dell’ultimo mezzo secolo. Era una mezzala tecnica ma di corsa e fatica, duro ma corretto. Con gli stessi ingredienti ha costruito i successi di allenatore, e pazienza se si faceva pane duro per i giocatori e indigesto a qualche critica.
Conte ‘muore’ se perde, Conte si arrabbia se lo criticano, Conte si infuria se gli parlano di fallimento Juve in Europa, Conte esulta come un pazzo per ogni vittoria, Conte urla al mondo la sua rabbia per la squalifica calcioscommesse con un ”agghiacciante” che diventa parodia con Crozza e autoparodia oggi al primo giorno da ct. Conte non si cura di tutto questo. Non perchè chi lo conosce direttamente assicura che l’uomo e’ tutt’altra pasta rispetto all’allenatore preciso fino ai limiti della maniacalità, sacchiano nei metodi di lavoro, amante dello stress, ossessionato dalla cultura del lavoro: Conte non si cura di tutto quel che gli ruota attorno perchè ha mutuato il detto di Boniperti, la vittoria non e’ importante ma l’unica cosa che conta. E ora la Nazionale. “Ho dimostrato di essere un vincente” disse Antonio Conte un mese fa, dopo l’addio alla Juve. Si è aperta la porta dell’azzurro dopo la cavalcata straordinaria di vittorie: tre scudetti consecutivi, due Supercoppe italiane, ma soprattutto “un percorso di crescita esponenziale” come al tecnico ha riconosciuto lo stesso Andrea Agnelli. Da giocatore ha vestito agli esordi la maglia del Lecce e poi sempre quella della Juve, dal ’91 al 2004, anno del ritiro dal campo. Poi la carriera da allenatore dal Siena al Bari, per l’ Atalanta, con il flop nell’Arezzo a macchiare l’avvio in panchina, fino al grande salto alla Juve. Nella carriera l’ombra del calcioscommesse, scandalo dal quale Conte e’ stato lambito e che gli e’ costato l’accusa per omessa denuncia ai tempi del Siena e quattro mesi di squalifica. Ma lui si e’ sempre professato innocente. ”Ancora oggi la considero un’ingiustizia”, dice da ct. Sulla panchina della Juve Conte ha dimostrato le sue capacità: grintoso, grande motivatore, esperto tattico (teorico e pratico del 3-5-2), capace di coinvolgere ogni singolo elemento della squadra, pur con una disciplina di ferro.
Vidal e Tevez le sue immagini in campo, più di Pogba o Pirlo. Giaccherini il giocatore ideale. Piaccia o no il suo stile, prese una squadra spenta, con una serie di settimi posti e mezzi fallimenti, e la riportò in cima al calcio italiano nel giro di un anno. Scudetto subito, poi ancora tricolore, poi il titolo dei record, i 102 punti. In mezzo, le polemiche con Capello e Garcia, con Prandelli e col Napoli, soprattutto con i critici per i risultati Champions. ”Il divario tra noi e le grandi d’Europa e’ sotto gli occhi di tutti”, la recriminazione di Conte, a chiarire che la ribellione era più alle aspettative eccessive di tifosi e – forse – club che non alle critiche dei media. Anche per questo l’uomo che odia perdere ha detto basta con la Juve, non solo perchè lo stress – un altro dei punti che lo accomuna a Sacchi – lo stava consumando. ”Mi prenderò un anno sabbatico, anche se so che dopo un po’ sbatterò la testa al muro. Mia moglie mi ha regalato una panchina finta per casa…”. Fortuna per lui non servirà. Con l’azzurro, Antonio Conte potrà tornare a essere se stesso.